DI CHE COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI NATURA

di Giovanna Zucconi

“Per noi la natura è materia prima anche intellettuale”, spiega Valentina Mercati, vicepresidente del Gruppo Aboca. Oggi che il termine “naturale” è così abusato, studiarne la complessità è un’esplorazione appassionante. Che apre orizzonti sempre nuovi, ed è utile anche per non cadere nelle tante trappole di cui l’uso corrente della parola “naturale” è disseminato. 

Oggi più che mai, “naturale” è una parola molto usata. Spesso anche abusata, o ridotta a un’accezione estremamente superficiale. Oggi più che mai, esplorarne il significato è buona pratica, anche per non cadere nelle tante trappole di cui l’uso corrente del termine è disseminato.

Che sia una esplorazione di grande complessità, e capace di aprire sempre nuovi orizzonti, è provato anche dalla storia di Aboca, che intorno all’idea di “naturale”, anzi di “vero naturale”, ha costruito sin dal 1978 vita e pensiero. Ne parliamo con Valentina Mercati, che del Gruppo Aboca è vicepresidente.

 

“Nella natura c’è tutto” è il vostro claim portante. Per Aboca la natura è contenuto del business ma è anche serbatoio concettuale. Dalle intuizioni degli inizi a oggi, la definizione di “natura” e “naturale” è cambiata molto?

“È oggi incredibilmente difficile mettere d’accordo tutti nello stabilire con certezza che cosa sia naturale. Esistono tante interpretazioni. Per esempio, un prodotto congelato è naturale o non lo è? Bisognerebbe innanzitutto distinguere tra sostanza presente in natura e preparato naturale: che non è più, poniamo, la mela come la conoscevi”.

Siamo in una sfera quasi filosofica.

“Per noi di Aboca la natura è materia prima anche intellettuale. Diciamo che se una definizione precisa e condivisa di naturale non esiste, è però molto facile stabilire che cosa non lo è”.

Da quando Aboca è stata fondata, nel 1978, ad oggi come si è evoluto questo tipo di riflessione?

“Penso che nel 1978 fosse quasi più difficile di adesso. Era, quello, il momento massimo della chimica, cominciato a fine Ottocento con la produzione massiva di sostanze esogene. Fra gli anni Settanta e Ottanta, in pieno boom della chimica, il DDT era in tutte le case. Ed eravamo contenti: nel mezzo della bolla chimica, di quella ubriacatura, eravamo sicuri che avremmo risolto tutti i problemi con la sintesi Non esisteva la percezione della differenza fra naturale e sintetico, semmai appena un’intuizione”.

E oggi?

“Adesso c’è la percezione del valore e della differenza. La difficoltà è spiegare se un preparato sia naturale oppure no”.

Al punto che c’è spesso un pregiudizio diffuso nei confronti della chimica.

“Noi non siamo contro la chimica, pensiamo che aver creato sostanze per situazioni particolari (farmaci per curare patologie che ancora non riusciamo a trattare esclusivamente con sostanze naturali) sia stato un grande progresso. Il punto cruciale è però nella quantità e nell’utilizzo delle sostanze di sintesi: che sono state e sono tuttora usate con leggerezza, senza calcolarne gli effetti a lungo termine”.

Non pensa che esista comunque un allarme mainstream verso la chimica e le conseguenze del suo utilizzo?

“Mentre i Grandi della terra discutono di clima, la percezione della pericolosità dell’inquinamento chimico è ancora legata a grandi eventi, a catastrofi come Bhopal: mentre bisognerebbe riflettere anche sugli effetti dell’utilizzo eccessivo o sbagliato, su base quotidiana, delle sostanze chimiche”.

Un esempio corrente è quello degli antibiotici.

“Oggi nel mondo medico c’è maggiore sensibilità nella prescrizione dei farmaci, in particolare degli antibiotici. E anche maggiore sensibilità delle persone che iniziano a riflettere sulle etichette dei prodotti che comprano e che contengono spesso eccipienti di sintesi. Per esempio, l’uso del sucralosio, un dolcificante non biodegradabile, non potrebbe essere evitato? La speranza è che la nuova sensibilità diffusa porti a una altrettanto diffusa innovazione”.

Qui entriamo in un ambito di discussione oggi centrale, che su questo magazine abbiamo spesso affrontato e che riassumiamo così: se tutti sono green, chi lo è veramente? È sempre il tema del “vero naturale”, non dal punto di vista puramente concettuale ma da quello della pratica quotidiana delle aziende.

“Nella selva del tutto è naturale, è difficile distinguere fra valore e rigore da un lato, e greenwashing e scopi di marketing dall’altro. Diciamo che il sentimento comune facilita e incoraggia l’azione di Aboca”.

C’è però un rischio di saturazione, di inflazione.

“Da questo punto di vista, oggi è più difficile che nel 1978. Visto l’uso inflazionato della parola naturale, ci sono persone che credono a tutte le etichette del mondo e altre persone che non credono più a niente e a nessuno. In Italia per noi è più facile, siamo riconosciuti, mentre all’estero i nostri messaggi rischiano di confondersi con quelli di chi ha tutt’altra storia e coerenza. Per questo crediamo sia fondamentale compiere anche fuori dall’Italia azioni collaterali come libri, festival, mostre”.

Come dicevamo all’inizio, la natura è il terreno dell’azione culturale e della ricerca scientifica. Il bello della scienza è che le sue verità non sono assolute e statiche, bensì dinamiche: cambiano con il progredire della ricerca. Sarà capitato anche a voi.

“Certamente. Agli inizi Aboca studiava il naturale come si studiava all’epoca: per singole sostanze. Avevamo competenze solo per studiare quello che in erboristeria si chiama il “titolo”. Sarebbe come vedere nel vino rosso soltanto i tannini, senza coglierne la complessità. Una visione ancora riduzionista, eravamo un’azienda della natura ma con tecniche ancora riduzionistiche. Poi sono state sviluppate tecniche evolute: le scienze omiche, dalla genomica alla metabolomica, la bioinformatica, la biologia dei sistemi… Ma al di là delle evoluzioni tecnico-scientifiche, è stato per noi fondamentale avvicinarci alla teoria della complessità, grazie appunto alla nostra attività culturale (all’epoca erano le International Lectures). Negli anni, abbiamo sempre più interiorizzato la teoria della complessità e le scienze più avanzate, meno riduzionistiche. È stata un’evoluzione pazzesca”.

Di recente Aboca ha lanciato la vitamina C naturale. Ma non lo è sempre? Questa, almeno, è la percezione da parte del pubblico.?

“Non è così. Sul mercato italiano, il 93% della vitamina C (acido ascorbico) non è estratta da fonti naturali bensì è creata per sintesi chimica a partire da zuccheri come il glucosio o il sorbitolo, attraverso passaggi chimici e fermentazioni enzimatiche”.

Mentre noi tutti immaginiamo che provenga da un sostrato naturale spremuto e poi concentrato.

“Produrre vitamina C di sintesi è più economico. Ma il costo del prodotto nasconde le cosiddette esternalità negative, per esempio il costo ambientale che ricade sulla collettività”.

Torniamo per un attimo alla complessità, ovvero alla difficoltà di distinguere ciò che è veramente naturale.

“Non esiste in natura una pianta che crea la vitamina C pura, isolata. Capiamo che una sostanza è artificiale proprio in quanto è pura, e produce una diversa attività biologica. Tutti gli esseri viventi creano molecole, mentre per sintesi vengono prodotte sostanze che non esistono in natura o che sono diverse da quelle naturali anche per dettagli piccolissimi. In natura esistono dunque piccole differenze che ci aiutano a distinguere che cosa è naturale e che cosa non lo è. Prendiamo la chiralità, ossia quella proprietà che rende una cosa non sovrapponibile alla propria immagine speculare. La chimica di oggi sa distinguere fra forma destra e forma sinistra di una stessa sostanza, anzi la forma asimmetrica della natura è alla base di molte teorie, dal Big Bang all’antimateria … Prima non era così: per citare un caso famoso, negli anni Sessanta la Talidomide “sbagliata” ebbe effetti disastrosi. La natura presenta la forma “giusta” e altri dettagli infinitesimi: per esempio gli isotopi, il diverso numero di neutroni all’interno di un atomo. Sappiamo che nella fotosintesi la maggior parte delle piante fissano più Carbonio 12 che Carbonio 13. Proprio tramite gli isotopi capisci se una sostanza è di sintesi o naturale. La nostra firma isotopica cambia con l’alimentazione, noi siamo ciò che mangiamo e dunque cambiano i biomarker dello stato nutrizionale e metabolico. Per concludere: una sostanza è naturale se vi leggiamo quelle piccole differenze nella forma della molecola che oggi siamo in grado di percepire e che hanno effetti per esempio sulla biodegradabilità (più difficile se la sostanza è isolata). In natura le sostanze interagiscono con l’organismo e con l’ambiente, in natura le sostanze sono sempre complesse”.

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