E L’UFFICIO NON C’È PIÙ

Lavoro agile, Grandi Dimissioni. Del cambiamento in corso, si parla spesso dal punto di vista di chi lavora e vorrebbe lavorare meno o meglio. Ma la sfida è enorme anche per le aziende. Come vanno ripensati i luoghi dedicati, come si può restituire significato e valore a quegli spazi oggi obsoleti che chiamiamo “uffici”?

È in corso una rivoluzione, non ci sono dunque certezze. Tranne una: la natura può insegnare come un sistema complesso può adattarsi a nuove logiche e prospettive. Massimo Fabbro, che per Aboca Life Magazine aveva immaginato le trasformazioni dei negozi dopo la pandemia, guarda ora agli uffici futuri come a elementi di un ecosistema nuovo.

Interno giorno, Roma. Ufficio della sede italiana di una famosa azienda multinazionale.

Io e il Direttore del Personale stiamo discutendo su come intervenire per riprogettare l’esperienza di lavoro e il design dei loro uffici.  Intorno a noi un open space luminoso, finemente ristrutturato poco prima della pandemia e molto ben arredato con moderne soluzioni di smart office. Però desolatamente vuoto. Nelle poche scrivanie occupate, le persone sono attaccate al computer, immerse in videocall su Teams.  Ognuno si è distribuito a distanza nello spazio per non disturbarsi a vicenda e poter togliere le cuffie o gli auricolari liberamente durante le chiamate. A casa sono ormai abituati a fare così, a non usare le cuffie in videocall. È molto meglio, più comodo e non viene il mal di testa.

Dopo avermi raccontato il loro nuovissimo modello di lavoro agile, il manager mi spiega che tuttavia occorre fare qualcosa per motivare le persone a venire in ufficio e non preferire l’opzione di lavoro a distanza, per quanto prevista dal modello organizzativo e dal relativo accordo sindacale interno. Il valore di stare insieme, di fare squadra, di condividere è importantissimo, mi dice, ma non è facile competere con la comodità e l’efficienza del lavoro a distanza. Meno ore in auto per il trasferimento, maggiore privacy, facilità nell’equilibrare esigenze di lavoro e necessità familiari.

Il design ha sempre avuto un ruolo determinante nel condizionare i comportamenti delle persone, definendo il carattere dei prodotti di consumo, delle abitazioni, dei luoghi di lavoro, delle città stesse. È normale quindi che di fronte ad una crisi del modello di lavoro, si chieda al designer di aiutare a ripensare la forma dei luoghi del lavoro.

La sfida però, in questo caso, è straordinaria perché la rivoluzione digitale, accelerata dell’esperienza del distanziamento dovuto al periodo della pandemia, sta producendo quello che la rivoluzione industriale ha provocato due secoli fa: un cambio antropologico profondo. Lavoriamo, compriamo, abitiamo e ci divertiamo in modo diverso, nuovo. In una parola, la nostra vita sociale è cambiata. La dimensione fisica e quella digitale sono compresenti, stabilmente, nelle nostre giornate.  E questa rivoluzione sta velocemente intaccando il nostro modello sociale e con esso i nostri luoghi, che sono diventati per molti aspetti obsoleti.

Infine, a questo scenario di obsolescenza contribuisce anche la consapevolezza, presente in un numero ancora minoritario ma crescente di persone, di vivere in un pianeta che non riesce più a sostenere un modello di crescita identico a quello che abbiamo vissuto, appunto, dai tempi della rivoluzione industriale.

Queste sono le vere ragioni di quell’ufficio così poco frequentato. E il design può rispondere in un solo modo all’esigenza espressa da quel Direttore del Personale: ripensando la natura, la funzione e il significato dei luoghi per il lavoro in questa nuova fase storica. In altri termini, non si tratta di ridisegnare uffici in modo più attraente, collaborativo e smart, ma disegnare spazi ed esperienze completamente nuovi e significativi (ossia in grado di produrre del valore) per le persone, per le aziende e per la comunità sociale.  Questo vale per gli uffici, ma anche per le nostre case che sono sempre più affollate di artefatti che una volta lasciavamo negli uffici e che ora occupano, in modo casuale e spesso caotico, le cucine, i salotti e, per i più fortunati, le stanze-studio.

Abbiamo di fronte una sfida progettuale enorme e bellissima che possiamo affrontare solo con coraggio, intuizione e molta umiltà. Non è il momento di affidarsi a chi vende certezze. Non ce ne sono, se non quella di dover mettere in discussione in modo profondo tanti modelli mentali che hanno guidato la nostra vita e le nostre professioni.

Imparare dalla natura

La mia personale ricerca in questa sfida epocale di innovazione segue alcune direzioni principali che vedo in un crescendo di rilevanza strategica:

  1. ridisegnare gli spazi in modo personalizzato partendo da una analisi e una mappatura dei nuovi modelli di vita, di acquisto e di lavoro;
  2. arricchire l’esperienza che si vive nello spazio attraverso il meglio dei nuovi sistemi di interazione a distanza;
  3. ricercare funzioni innovative per gli spazi secondo una logica ecosistemica.

Vorrei soffermarmi sul terzo di questi punti, il più rilevante: la logica ecosistemica come risposta strategica per l’innovazione dei nostri luoghi.

L’idea di fondo è che i nostri spazi, le nostre esperienze sociali possano uscire da questa crisi di obsolescenza rinnovando le proprie funzioni così come fanno i sistemi naturali, ossia attivando meccanismi di adattamento e cambiamento alle mutate condizioni ambientali. La metafora concettuale, il riferimento filosofico è quello del pensiero complesso, sistemico e della metafora della rete. I nostri luoghi, come un sistema naturale, possono essere visti come un insieme di elementi. Un ufficio è il luogo in cui si compone una rete di relazioni ed esigenze diverse (dei dipendenti, dell’azienda, della struttura urbana). L’obsolescenza attuale nasce dal un cambiamento degli elementi di contesto a cui occorre rispondere con un adattamento del sistema, con nuove funzioni. Diverse da quelle di prima.

In natura un sistema, di fronte ad un cambiamento dei propri elementi costitutivi, non rimane mai uguale, ma evolve. Spesso anche in modo drammatico. In alcuni casi è inevitabile sostituire alcune parti con altre. Il ciclo di sostituzione porta a nuovi equilibri e la natura procede in questo modo, con scarti e sostituzioni progressive.

Scendendo sul piano concreto dei luoghi di lavoro avere una logica ecosistemica alla loro riprogettazione significa chiedersi non solo come ridisegnare gli spazi per i nuovi modelli organizzativi o per le nuove opportunità di lavoro in remoto, ma quali possano essere delle funzioni innovative di integrazione del luogo stesso con il proprio sistema economico-sociale. Per esempio utilizzando gli spazi per attività utili alla comunità locale, o ai propri business partners o ai propri clienti. Il concetto è di cercare nel sistema, nell’altro da sé, la risposta per dare un nuovo significato e un nuovo valore al luogo.

Esempi possibili di applicazione di logiche ecosistemiche al ripensamento dei luoghi di lavoro sono per esempio:

– la messa a disposizione di spazi di lavoro per i propri clienti o business partners;

– la realizzazione di ambienti predisposti per il pernottamento delle persone presso l’ufficio;

– gli spazi dedicati ad eventi o attività per la comunità locale;

– la creazione di spazi per servizi utili alle persone e alle famiglie (lavanderie, negozi con prodotti di prima necessità, asili nido);

– la realizzazione di piccoli uffici diffusi sul territorio per ridurre i tempi di spostamento.

Applicare una logica ecosistemica alla progettazione, significa quindi sollevare lo sguardo dallo spazio di lavoro all’ecosistema cha ruota attorno alla persone che lavorano in una data azienda. La crisi dei modelli di lavoro attuali può essere superata solo con questa visione di sistema, con una riconfigurazione delle parti che porta ad un nuovo significato diverso per ogni specifico spazio.

Questi esempi sugli uffici, possono essere riportati facilmente anche negli ambiti dei nostri spazi abitativi, commerciali e, più in generale, urbani. L’obsolescenza dei luoghi attuali può essere risolta attraverso questo nuovo adattamento con l’ambiente esterno. In fondo gli uffici tradizionale erano perfettamente integrati con l’esterno (era il luogo perfetto per trascorrere giornate intere fuori casa), e ora richiedono solo un adattamento, un nuovo equilibrio con un esterno che è mutato radicalmente.

Questa logica fa leva su un’importante mutazione di prospettiva, che pone l’altro da me come risposta possibile alle mie necessità di cambiamento. In questo senso, la logica ecosistemica è una nuova visione, umanistica ed ecologica alla progettazione, che punta alla individuazione di nuovi scambi, nuovi equilibri tra i nostri luoghi e il loro ambiente, tra noi e gli altri.

 

Massimo Fabbro è fondatore e presidente di DINN!, una società di Design Innovation specializzata nell’innovazione della customer experience e del design degli ambienti retail. DINN! ha uffici a Milano e Singapore e lavora in Europa, Medio Oriente e Asia per conto di grandi brand nazionali ed internazionali. È inoltre Professore a contratto titolare del corso di Retail and Branded Places Design della Laurea Magistrale di Marketing, Consumi e Comunicazione presso l’Università IULM di Milano.

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