CANTA, BALENA, CANTA

Voci misteriose, strazianti, che provengono dalle profondità degli oceani e cantano il rischio dell’estinzione. Scoperte per caso durante la Guerra Fredda, le vocalizzazioni delle balene sono diventate la bandiera sonora del movimento ecologista: il suono commovente di un mondo in pericolo, al quale apparteniamo tutti. Nel suo appassionante libro d’esordio, Le regine dell’abisso, la scrittrice australiana Rebecca Giggs racconta come le nostre vite sono legate al destino dei cetacei. E la loro voce è la voce del pianeta.

Dentro la casa notturna del suo corpo, la megattera canta. La stazza di una balena è stranamente sdrammatizzata dal nostro fascino per la parte dell’animale che vaga, intoccabile ed eterea, lontano dal suo corpo fisico, nel vasto oceano: il canto delle balene.

I loro suoni sono molteplici, e noi, i loro ascoltatori terrestri, li abbiamo fatti risuonare in una varietà di contesti: militari e politici, pseudo-spirituali, e, qualche volta, di puro intrattenimento. Il canto non risuona mai nel vuoto: più di ogni altra loro caratteristica, le voci hanno costruito il carisma delle balene.

In un’epoca in cui le persone consideravano questi suoni tragici e senza tempo, le vocalizzazioni delle balene si sarebbero dimostrate il perno di una svolta culturale. Solo in seguito gli scienziati hanno scoperto che, come noi, le balene producono suoni sensibili al contesto: il loro canto non è naturale né statico, ma si è evoluto in risposta alle cronologie cangianti delle loro culture e nell’etere in trasformazione del mare.

La prima volta che i richiami delle megattere furono registrati su nastro fu per caso, negli anni Cinquanta, quando degli ingegneri navali statunitensi, che solcavano mari lontani in cerca del tipico ronzio dei sottomarini sovietici (“come un cucchiaino fatto girare in una tazzina”), catturarono, invece, uno sfondo acustico di suoni nervosi e ovattati, urli arcuati e strilli rimbalzanti, tipo una persona che ruzzola dalle scale: i canti delle balene. I tecnici, in generale, valutarono quei suoni come una frustrante interferenza: rumore, non accattivante melodia. Decenni dopo, negli anni Settanta e Ottanta, gli attivisti cercarono di elevare la balena a simbolo della gestione ambientale attraverso le qualità trascendentali della sua voce

Una crescente consapevolezza del suo rischio di estinzione trasportava le voci delle megattere in salotti con tende a fiori e studioli con mobili tappezzati di velluto, in cui gli ascoltatori venivano condizionati a interpretare i versi dei cetacei, riprodotti su vinile, come lamenti funebri. Le vendite dei dischi documentano un entusiasmo per il canto delle balene che raggiunse il culmine insieme al timore che i cetacei, e le loro tradizioni orali presumibilmente antiche, stessero diventando sempre più difficili da udire perché stavano scomparendo. 

L’attrattiva del canto delle balene risiedeva nel fatto che incarnavano messaggi di creature sul viale del tramonto: un “canto del cigno” o una manifestazione sulla soglia dell’addio. Le voci delle balene, recondite e di vasta portata, mostravano che cosa significasse ascoltare un’estinzione planetaria.

Il fatto che le vocalizzazioni delle balene siano entrate nella sfera pubblica come i suoni di un mondo che scompare non è un caso. Nel corso dei dibattiti sul Marine Mammal Protection Act del Congresso americano (un preludio alla Conferenza sull’ambiente umano dell’Onu nel 1972, quando per la prima volta fu discusso il bando totale della caccia commerciale alla balena), le registrazioni furono presentate come testimonianza.

Christine Stevens – considerata “la madre del movimento per la protezione animali” negli Stati Uniti – fece ascoltare i canti al Congresso invece di fornire prove verbali (“Gli animali fanno la loro arringa”, proclamavano i cartelli fuori dal Campidoglio).

Altrove, al largo della costa californiana, i canti delle balene rimbombavano in stereofonia dai piccoli motoscafi di Greenpeace: intercessori in giubbotti di salvataggio arancione si insinuavano tra cacciatori russi di balene, l’immensa nave-macelleria Dalnyj Vostok e i capodogli che affioravano. I suoni non dissuadevano gli arpionieri, ma i richiami delle megattere finirono per suscitare gli scrupoli di compositori e musicisti.

Quando le chiesero cosa pensasse del canto delle balene, una delle prime artiste a inserire i gridi delle megattere nei suoi brani, la cantante Judy Collins, rispose che provava “angoscia per il fatto di essere un’umana su un pianeta in cui vivevano anche loro”. Il movimento ecologista aveva trovato la sua colonna sonora.

Rebecca Giggs è una scrittrice pluripremiata di Perth, in Australia. I suoi articoli sono apparsi su Granta, The Atlantic, The New York Times Magazine, Best Australian Essays, Best Australian Science Writing. Le regine dell’abisso è il suo primo libro e ha vinto la medaglia Andrew Carnegie 2021 per l’eccellenza nella saggistica. 

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