CONCIMIAMO IL FUTURO

Potremmo tornare indietro, certo. Lasciare le città per le fattorie, allevare il bestiame e spargere tonnellate di letame per ettaro. Oppure possiamo sperare che scienza e tecnologia scoprano come produrre azoto (essenziale per l’agricoltura) senza ammoniaca: cioè senza inquinare.

È con uno sguardo al futuro, a un futuro stretto fra sovrappopolazione e ambiente, che si conclude questa serie dello scrittore Antonio Pascale per Aboca Life Magazine. Capire i paradossi e la complessità del cosiddetto progresso è la condizione per trovare soluzioni condivise. Su questo non possiamo che dirci d’accordo. 

Nel paese di Pinocchio, l’azoto è stato il fattore limitante, in quello di Masterchef è stato il fattore determinante. Tuttavia, il processo della sintesi dell’ammoniaca impiega molta energia, e per di più, l’azoto tende a lisciviare, cioè può finire (e infatti finisce) nelle falde. Che dire, è un sogno: mangiamo, costruiamo una civiltà. Però inquiniamo e questo è un incubo. Nel paese di Pinocchio l’unico modo di avere azoto consisteva nel raccogliere le deiezioni umane o animali. Ma si tratta di un metodo inefficiente. Gli escrementi hanno un contenuto di azoto molto basso, perché se i bovini non mangiano piante ricche di azoto non restituiscono azoto. E per di più, il letame è soggetto a perdite per evaporazione (cioè, la conversione dei liquidi in gas: l’odore di ammoniaca emesso dal letame può essere soffocante). Poi, è vero, dal letame nascono i fiori, ma quanto letame ci vuole?

Nel paese di Pinocchio, con meno di un miliardo di persone, il concime andava raccolto nei villaggi e fatto fermentare in cumuli e sparso sui campi, in quantità enormi, in genere 10 tonnellate con picchi di 30 tonnellate per ettaro (contro i 120/150 quintali di azoto/ha distribuito con i concimi sintetici). Un’operazione che richiedeva almeno un quinto, e a volte persino un terzo, del lavoro totale. Oggi, preparare simili quantità di letame per otto miliardi di persone sarebbe difficile – a parte che l’azoto presente nel letame potrebbe lo stesso inquinare le falde.

Tuttavia, il lavoro che i fulmini riescono a fare è compiuto anche da un enzima che viene prodotto dai batteri presenti sulle radici di alcune leguminose: soia, fagioli, piselli, lenticchie e arachidi fanno tutto da soli. Purtroppo le colture più diffuse (mais, riso, cereali, tuberi, oli da girasole) non hanno questa associazione. Certo, sono di grande aiuto le rotazioni, e infatti sono largamente diffuse e consigliate da tutti gli agronomi, ma appunto si pone un problema: quanti ettari di terreno vanno usati per ospitare queste colture, e per quanto tempo?

Una soluzione? Cercare di modificare i batteri affinché riescano ad associarsi anche ad altre colture. Sarebbe un risparmio enorme non usare più ammoniaca. Attualmente molti progetti sono in fase di studio (in Italia il team di Roberto Defez del CNR di Napoli è all’avanguardia). 

Come risolviamo il paradosso? Possiamo tornare indietro? Sì che potremmo, ma è meglio sapere come e cosa dovremmo fare: la maggior parte noi dovrebbe abbandonare le città e stabilirsi nei villaggi. Si dovrebbe smantellare l’alimentazione centralizzata del bestiame e riportarli nelle fattorie, affinché siano usati come forza lavoro e fonti di concimi.

Ogni giorno dovremo dare da mangiare da bere al bestiame e rimuovere le sue deiezioni, farle fermentare, quindi cospargerle come concime sui campi, e badare alle mandrie e alle greggi al pascolo. Le donne spargerebbero i semi e monderebbero le malerbe e tutti darebbero contributi nelle fasi di raccolta e macellazione ammassando i fasci di grano, cavando le patate, aiutando a trasformare in cibo il maiale appena macellato. Nemmeno nei miei sogni migliori o nei miei peggiori incubi, riesco a immaginare che diventiamo, almeno nel breve futuro, tutti Amish, riuscendo comunque a produrre cibo sufficiente a sostenere meno della metà della popolazione globale odierna.

Consiglierei solo di non perdere mai la voglia di sperimentare forme diverse, più tecnologiche, serie ed efficienti per risparmiare risorse (dunque, con sana epistemologia, provare, e misurare), avendo ben presente che ogni volta che spianiamo una strada migliore, roviniamo qualcosa nelle vicinanze (il problema è come fare meno danni e calcolare il rischio): tutto questo finché verrà la morte, avrà i nostri occhi e scioglierà il paradosso.

Antonio Pascale, classe 1966, nato a Napoli, vissuto a Caserta e poi dal 1989 a Roma, dove lavora. Scrittore, saggista, autore televisivo, ispettore al Masaf, direttore di Agrifoglio. Ha scritto molti libri, dei quali ricordiamo solo Scienza e sentimento e (sempre da Einaudi) l’ultimo, la Foglia di Fico, finalista premio Campiello e Scienza e Sentimento.. Si occupa di divulgazione scientifica, scrive per il Foglio, il Mattino, le Scienze e Mind.

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