IL MONDO IN PRESTITO

 

Il nostro è l’unico pianeta che abbiamo: come lo consegneremo ai figli e alle generazioni future? A domanda ormai classica, ecco una risposta che combina in maniera appassionata reportage e narrativa.

 Uno scrittore si mette in viaggio per raccontare ai suoi bambini (e a noi lettori) quanto di bello c’è ancora sul pianeta nonostante gli sconquassi che gli umani hanno provocato: lo scioglimento dei ghiacciai, i 200 milioni di migranti climatici, il disprezzo per gli altri popoli e per le altre specie. Come se fossimo al di sopra di tutto, e non parte del grande sistema della vita.

Immagini, esperienze, paure, speranze: ecco come Mauro Garofalo presenta ai lettori di Aboca Life Magazine il suo libro appena uscito, L’ultima foresta.

Siamo in auto da Milano a Oslo, e poi le miniere di Røros, Trondheim. Attraversiamo il centro della Norvegia e mi chiedo quante meraviglie di questo pianeta vedranno i miei figli.

Il maschio è il più piccolo, grida: «Amburgo» come un forsennato, la poesia brilla in questo piccolo viaggiatore inconsapevole; la grande, più pacata, ha 8 anni ed è già stata a New York. Spero diventeranno entrambi cittadini di un mondo migliore.

Dal finestrino scorgo le montagne tra Svezia e Norvegia. Poco più a nord, oltre i vulcani d’Islanda, corrono i cavalli selvaggi. Il 90% del ghiaccio del pianeta si trova in AntartideÈ dal ghiacciaio Thwaites, Antartide occidentale, che dipenderà il futuro dei miei figli.

Li guardo al sole di questo Nord mentre cercano invano un alce tra le nevi, e mi si spezza il cuore. Secondo gli scienziati siamo già oltre il tipping point, il punto di non ritorno: a prescindere da quel che faremo per contrastare il surriscaldamento globale, “ciò che deve accadere accadrà”. E io non so ancora cosa gli dirò, un giorno, senza spaventarli.

Se, come sembra, il Thwaites collasserà, il livello medio del mare salirà di tre metri. A quel punto però non saranno più solo le alluvioni, le catastrofi naturali, gli smottamenti in Europa o nelle Marche, Italia. Eppure alcune nazioni si stanno attrezzando in modo da sfruttare la faglia, il varco nel gelo perenne, per una nuova via della Seta e nuovi commerci. Non c’è speranza, penso. Mi sistemo sul sedile, guido e guardo gli orizzonti di roccia.

 

LESSICO AMBIENTALE

«Il nostro è l’unico pianeta che abbiamo», commentò Carl Sagan nel 1990 quando la sonda Voyager I inviò la prima immagine della Terra vista dallo spazio, un piccolo punto blu a spasso nella vasta arena cosmica: è qui che nasciamo, viviamo, ci innamoriamo. Quando, precisamente, gli umani si sono convinti di essere al di là, fuori, posti in cima della piramide naturale?

Era il Natale di qualche anno fa. Venne il prete a benedire casa: «Ma noi non crediamo in Dio», gli rispose il piccolo: «Noi crediamo nella Natura»; l’uomo di Chiesa si mise a ridere.

Rammento il giorno in cui ho tenuto la mia bambina appena nata, stava tutta sul mio braccio, davanti a una finestra a prendere i raggi caldi del Sole; le risa del piccino su un’altalena a Copenaghen, Berlino qualche anno prima, ciuffi d’erba sui prati di domani.

Non ho più paura di volare da quando ci sono loro, una femmina e un maschio come Adamo ed Eva del futuro , inconsapevoli del bene che hanno compiuto, allontanando da me l’egoismo, il pensiero con cui tutti ci auto-assolviamo. Cosa posso fare? È una domanda che ci dovremmo porre, sempre di più. Ogni singolo abitante sulla Terra. Anzi, co-abitante.

Esiste un lessico ambientale che non conosciamo: quanto valga un secondo per un’ape, un anno per una quercia di 800 anni, quell’attimo in cui per una volpe, un riccio, una castagna sul prato.

 

LE 100 PAROLE DELL’AMBIENTE

Era prima della pandemia: non ci eravamo mai fermati. Eravamo una società in corsa, senza ragione. Eppure a un certo punto tutti avevamo il desiderio di prati e montagne, del mare che inquiniamo con tonnellate di plastica, una quantità tale da aver formato il Pacific Trash Vortex, un’isola con una superficie grande come Spagna e Portogallo.

Quando, precisamente, ci siamo dimenticati di essere – tutti – una parte soltanto dell’unico vivente: il pianeta Terra?

In pieno lockdown invece scorrevano le immagini: orsi a San Pietroburgo, lupi in Abruzzo, cervi dentro una chiesa, Chernobyl, Canada. Tutte le mattine mi svegliavo, i bambini che dormivano nei loro lettini, e sopra la testa passavano gli aironi. E poi. Campi di grano in Maremma, lavanda nel sud della Francia, Saint-Malo, un castello nel cielo.

L’INVENTARIO DEL MONDO

Decisi così che avrei provato a vedere luoghi lontani, testimoniare la bellezza nella quale siamo immersi, nonostante il virus mietesse ancora, vittime e carnefici. Volevo inseguire le tracce delle azioni che il genere umano sta mettendo in atto per mitigare l’inquinamento (luminoso, dell’aria, dei mari) e scrivere di quanto sia possibile, ancora, vivere su un pianeta che, se il Sole continuerà a bruciare come stimiamo, ha altri 4,5 miliardi di anni.

Sarebbe bello fare l’inventario del mondo. Scrivere tutto ciò che di bello esiste. Ovunque. Così progettai il mio reportage (uscito per Il Sole 24 Ore e La Stampa) che, non lo sapevo ancora, mi avrebbe portato a Madeira e Porto Santo, alle grotte-scoglio sotto Filicudi, delfini al tramonto, montagne irrorate di luce cremisi, Tolosa a vedere gli aerei a idrogeno di domani.

 

CO-EQUILIBRIO DEI REGNI

Ogni nostra azione provoca una reazione, viviamo all’interno di un sistema chiuso. Habitat, questa parola che non sconta soltanto un luogo ma, di più, diverse forme di vita: gli alberi che hanno una rete sotterranea di intricate radici e funghi – il cosiddetto wood wide web – gli animali con la loro intelligenza, singola o di gruppo, lupi e orsi, i minerali memoria delle ere.

Se finiranno le specie animali cosa mangeranno i carnivori? E se l’ultima ape si estinguerà, come preconizzava Einstein, finirà l’aria? Sarà possibile allora quale futuro per il genere umano? Cormac McCarthy con La strada, Ursula K. Le Guin: sono molte le scrittrici e gli scrittori che si sono interrogati sul nostro viaggio, Interstellar.

 

MIGRANTI CLIMATICI E VISIONI DAL FUTURO

La Banca Mondiale nel Rapporto Migration and climate change stima che, entro il 2050, saranno 200 milioni le persone costrette a migrare a causa di eventi climatici estremi.

Nel mondo quasi una persona su due vive a meno di 150 km dal mare: addio New York, Venezia; Giacarta la capitale dell’Indonesia è già sommersa.

Nel 2021 avevo letto un articolo di Paolo Rumiz su una vicenda vera capitata in Afghanistan, una famiglia ridotta al mutismo dopo una sciagurata fuga sui monti dell’Hindukush: piansi.

Poi erano venute le immagini dei Tg, migranti che venivano spruzzati d’acqua gelida in febbraio. Attesi da cittadini qualunque, che li attendevano al confine con l’Ungheria, in camicia nera e manganelli.

Gli altri, l’altro che da sempre pensiamo sia inferiore. E la stessa sorte riserviamo alle altre specie: alberi che non vediamo se non come scenario della nostra grandezza; negli ultimi 50 anni abbiamo fatto estinguere il 60% degli animali del pianeta. Si stima che i luoghi rimasti “selvaggi” oggi siano meno del 3% sull’intero pianeta. Non conosciamo misura.

Per questo ho scritto. Per questo vale la pena. Proteggere ciò che amiamo. A Milano fa finalmente freddo. Tra poco andrò a prendere i miei bambini. Il mondo in prestito. Dalle generazioni che verranno.

Mauro Garofalo Nato a Roma nel 1974, cresciuto in Maremma, vive a Milano. Collabora con Il Sole 24 Ore-Nòva, La Stampa (Viaggi e Tuttoscienze) e Huffington Post-Terra. Come giornalista ha lavorato anche per l’Unità e la Rai. Da qualche anno si occupa esclusivamente di reportage e tematiche ambientali. Ha scritto romanzi per adulti, giovani adulti e bambini. Il suo ultimo libro è Manuale per supereroi green (Il Battello a Vapore). 

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