LE DONNE E LA CURA

Dee, pizie, maghe, levatrici, medichesse, vestali, sante, alchimiste, streghe … L’evoluzione della scienza medica ed erboristica si intreccia in profondità con la storia delle donne.  Dall’antichità preclassica al Rinascimento, e dalla dimensione simbolica alle testimonianze biografiche delle grandi “curatrici” di tutte le epoche, il nuovo libro di Erika Maderna è un viaggio appassionante attraverso il percorso sotterraneo della sapienza medica femminile. Ne anticipiamo l’Introduzione.  

Il percorso che segna l’evoluzione della scienza medica ed erboristica si intreccia in modo imprescindibile alla storia delle donne. Le competenze legate ai saperi di cura hanno costituito per secoli una sorta di fortezza sapienziale, un territorio aperto alla partecipazione femminile: un’anomalia, per così dire, generatasi con il consenso e il benestare collettivo, in deroga all’esclusività di una cultura accademica e libresca di specifica competenza maschile.

Se gli uomini hanno dominato l’universo delle parole, le donne hanno avuto potere sul mondo delle cose, apportando un contributo significativo sul fronte esperienziale e avvantaggiandosi nell’osservazione e nella pratica, nella conoscenza della natura e del suo impiego a beneficio della comunità.

Fin dalle origini, all’interno di tribù e villaggi una spontanea suddivisione dei compiti ha affidato al gruppo femminile la gestione delle risorse. Mentre gli uomini si spingevano all’esterno dei clan per ottemperare ai doveri della caccia e della guerra, le competenze femminili si consolidavano nella gestione di una dimensione sociale “interna”, che abbracciava le responsabilità domestiche e le attività di produzione (raccolta e stoccaggio delle materie prime, preparazione e conservazione dei cibi, produzione tessile) e di accudimento (crescita della prole, cura dei vecchi e degli ammalati). Questo schema prefigura una prospettiva che avrebbe caratterizzato per molti secoli il lavoro delle donne, relegandolo a un’autorità di diritto circoscritta a uno spazio intimo, chiuso, “claustrale”.

L’acquisizione di abilità scientifiche o tecniche si accompagnava a una modalità di intervento capace di restituire una visione “di genere”: un’angolatura nella quale predominava un’attitudine all’osservazione e alla sperimentazione, che nella pratica empirica e nell’atto di cura si trasformava in un approccio di profondo rispetto dei cicli naturali e dei bisogni dell’individuo.

Specularmente, anche l’universo simbolico religioso assegnava al femminile sacro il controllo sul mondo naturale, che negli antichi culti mediterranei si è espresso in una ricca costellazione di divinità protettrici della medicina, della fertilità, della magia. La personificazione più significativa di questa sacralità è la dea a cui viene attribuito l’appellativo di Potnia, una divinità dai marcati tratti matrifocali, una Dea Madre che esercitando una potestà sulla natura e sugli elementi adempiva anche a una funzione di taumaturga e maga.

In seguito ai profondi cambiamenti intervenuti nell’Età del Bronzo, che segnarono il passaggio a una civiltà guerriera improntata sui valori della conquista e della sottomissione, a livello culturale e religioso si verificò un importante stravolgimento che portò a svalutare in modo rilevante la potenza di questa dea. Successivamente, l’affacciarsi della cultura ellenica portò a maturazione, insieme a un nuovo pantheon divino, un complesso di mitologie che sottoposero il precedente substrato religioso a una significativa rilettura, determinando buona parte della speculazione successiva in merito al sacro femminino.

All’interno di questo nuovo assetto religioso la Potnia, ormai smembrata nella sua integrità primitiva, frammentata in rappresentazioni più stereotipate e spogliata dell’originario potere di grande madre, assunse i tratti di dee divenute ora mogli, ora amanti o figlie di una nuova stirpe di immortali; tuttavia, grazie l’assegnazione alle sue eredi del dominio sull’uno o sull’altro dei vecchi patronati, la memoria della sua antica portata simbolica riuscì a mantenersi vitale. In questa fase storica fondamentale si preparava il terreno ideologico che avrebbe portato a una progressiva estromissione della sapienza femminile: un processo che, contrariamente all’opinione comune, vede la sua genesi in un orizzonte culturale ben precedente all’avvento dell’era cristiana.

All’interno di una visione del mondo guidata dal dominio della ragione, che scalzava l’antica percezione magica dell’esistenza più vicina alle donne, cominciò a insinuarsi il sospetto che i saperi femminili si alimentassero di dottrine occulte, di pratiche esoteriche in grado di sovvertire l’ordine naturale delle cose. Questa convinzione è alla base di quel lento declino che portò le antiche tradizioni a scivolare gradualmente nella clandestinità, producendo cambiamenti che toccarono molto da vicino le consuetudini dalle curatrici empiriche, le pratiche e i saperi tramandati oralmente per secoli per via matrilineare; e poiché l’origine di quegli insegnamenti si perdeva nel tempo, essi venivano per lo più ricondotti al privilegio di antiche rivelazioni divine e sacerdotali. L’immaginario della guaritrice venne così a collidere con quello delle figure archetipiche che popolavano le fantasie delle antiche religioni, nelle quali dee, taumaturghe, maghe e profetesse sono state le prime conoscitrici dell’arte della medicina, segnando il passaggio fra il tempo degli dèi e il tempo degli uomini con il loro fascino misterioso e potente. Si tratta di figure arcaiche, troppo conturbanti per non essere sottoposte a un ridimensionamento culturale o addirittura a un giudizio morale; troppo temibili per non finire relegate nell’universo di ciò che è sacrilego ed empio.

Nelle pagine di questo libro, spaziando dall’antichità preclassica al Rinascimento italiano, cercheremo di percorrere l’evoluzione della cultura medica ed erboristica femminile, cogliendone la varietà delle sfumature. Dee, pizie, maghe, levatrici, erbarie, medichesse, vestali, sante, alchimiste e streghe, non hanno rappresentato che profili diversi di uno stesso volto, definizioni alle quali le donne sarebbero state debitrici del giudizio della storia.

Cominceremo la nostra esplorazione rivolgendoci al mondo degli archetipi, con le sue profonde risonanze nell’immaginario; osserveremo come la trasformazione della maga sapiente nel prototipo della strega non è stata un’invenzione del Medioevo ma ha avuto un’incubazione remota, godendo del favore di tutto il periodo classico. La Medea o la Circe della tradizione letteraria greca, che spesso evocheremo come “protostreghe”, appaiono nei miti già snaturate rispetto alla loro genesi primitiva, derubate e marchiate dal giudizio e dal pregiudizio di una cultura pienamente patriarcale: sono già streghe in senso moderno.

Passando dall’universo mitologico e letterario alle evidenze della storia, ci imbatteremo poi in figure reali di medichesse e levatrici, donne che curavano soprattutto altre donne, ma non solo. Ne ricaveremo una prospettiva forse inaspettata di autonomia femminile, se pure faticosamente conquistata.
Se è vero che le antiche donne di cura furono soprattutto levatrici, è altrettanto documentata dalle fonti la presenza di figure esperte nella medicina generica e perfino nell’arte chirurgica. Ed è stupefacente constatare come l’epoca classica, e perfino quella medievale, furono foriere di inaspettate opportunità per le donne, rivelandosi più aperte di quanto non sarebbe avvenuto in momenti storici a noi più vicini.

Abbiamo la fortuna di poterci avvalere anche della sopravvivenza di alcuni testi, frutto di ingegno muliebre: rari e per questo assai preziosi, concorrono a implementare la mappa dei contributi femminili e ci illuminano sulle peculiarità di uno sguardo di genere che fu, come vedremo, del tutto specifico e originale.
Conosceremo anche alcune delle figure ausiliarie che si muovevano intorno a quella della medichessa, forse rivelandone semplicemente differenti rappresentazioni: la cosmeta, l’erbaria, la maga, l’indovina. Presenze che operavano in uno spazio di confine fra medicina e magia, inoltrandosi nel territorio oscuro delle pratiche proibite: la contraccezione, gli aborti, gli incantesimi d’amore, i riti di fertilità. Esploreremo poi un filone che di nuovo ci ricondurrà all’orizzonte del sacro, quello legato alla consacrazione sacerdotale, il cui vincolo reale e simbolico con la sfera della cura si è protratto nel tempo senza soluzione di continuità. Nello spazio del tempio pagano, e in seguito del monastero cristiano, vedremo come molte donne hanno avuto il privilegio di accedere all’istruzione, all’alfabetizzazione, perfino di esercitare forme di potere politico e decisionale in modo pressoché unico e straordinario.

Templi e monasteri sono stati i più antichi luoghi di accoglienza e di degenza. Negli orti dei semplici, nati all’interno dei culti salutari pagani, si svilupparono le prime sperimentazioni sulle piante sacre, che venivano ricondotte all’influenza delle divinità che secondo la tradizione ne avevano palesato le funzioni curative ispirando i riti, le formule e le liturgie che accompagnavano la raccolta dei semplici e la preparazione dei medicamenti. Gli insegnamenti della medicina sacerdotale sarebbero sopravvissuti al passaggio dalle religioni pagane al cristianesimo per riproporsi nel monastero medievale, vera e propria fucina della ricerca farmaceutica moderna, dove, come vedremo, la dedizione e lo spirito indagatore di straordinarie figure di donna avrebbero fornito un apporto fondamentale.

Infine, incontreremo l’espressione più raffinata e colta della cultura scientifica femminile, quella interpretata dall’alchimista, che ci proporrà un’ulteriore affascinante prospettiva. L’alchimia è stata infatti l’arte eletta di una folta schiera di celebri regine, imperatrici e nobildonne: figure risolute, animate da spirito combattivo e fiero, che assai spesso hanno ricoperto ruoli politici strategici. Attraverso la pratica di questa dottrina dal carattere iniziatico ed esclusivo, l’eredità di Circe e di Medea ha potuto perpetuarsi, affidandosi a un canale di trasmissione privilegiato.

Laureata in Lettere classiche con indirizzo archeologico all’Università degli Studi di Pavia, Erika Maderna scrive articoli, traduzioni e saggi di cultura e archeologia classica. Con Aboca Edizioni ha pubblicato: Aromi sacri, fragranze profane. Simboli, mitologie e passioni profumatorie nel mondo antico (2009), Le mani degli dèi. Mitologie e simboli delle piante officinali nel mito greco (2016), Per virtù d’erbe e d’incanti. La medicina delle streghe (2018) e Con grazia di tocco e di parola. La medicina delle sante (2019).

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