L’INTELLIGENZA DEL NASO

Denigrato per secoli dalla cultura occidentale, oggi l’olfatto è fra le più stimolanti frontiere della ricerca scientifica. Studiarlo significa scoprire le tante, appassionanti strategie che molte specie animali (e alcune piante) hanno messo a punto per garantirsi le funzioni essenziali: sopravvivere, riprodursi. 

In un libro opportunamente intitolato L’arte di vivere annusando, Bill Hansson dimostra che gli odori sono comunicazione, invoca un’ecologia dell’olfatto, racconta storie di falene e di granchi. E soprattutto coinvolge chi legge nel momento cruciale per ogni scienziato: quello della scoperta.

Profumi in natura

Il naso è l’elemento di maggior spicco sul volto umano. Se la funzione sviluppa l’organo, come teorizzavano già nel Settecento, l’esistenza di questa notevole protuberanza in 3-D nel bel mezzo del nostro viso dovrebbe indicare quanto centrale è per noi umani l’olfatto, ossia la “lettura” di molecole catturate attraverso il respiro.

Prominenza uguale preminenza? Capiamo il mondo, e nel mondo ci orientiamo, soprattutto grazie agli odori?

Non è così. O forse, meglio, non è più così. La cultura occidentale, quella che mette l’uomo (donna forse inclusa) ai vertici del creato, se ne è spesso rallegrata. La atrofizzazione dell’olfatto è per molti un sacrosanto sacrificio in nome della civiltà. Darwin: “il senso dell’odorato rende all’uomo solo lievissimo servigio, se pure ne rende, anche ai selvaggi nei quali è molto più sviluppato che non nelle razze incivilite”. Freud: “la diminuzione degli stimoli olfattivi sembra la conseguenza dell’alzarsi degli uomini da terra, dell’assunzione dell’andatura eretta … fino ad attribuire preponderanza agli stimoli visivi”.

 

Tu chiamala, se vuoi, evoluzione.

Siamo dunque animali visivi e non più olfattivi, semplicemente perché siamo meno animali. In più, metteteci la secolare diffidenza verso il più sensuale dei sensi da parte di filosofi e prelati. Perché peccaminoso (olfatto uguale eros), e perché irrazionale (olfatto uguale emozione). E dunque è considerato senso minore da Aristotele e Platone, Schopenhauer e Sant’Agostino, Tommaso d’Aquino e Cartesio. È escluso dall’estetica di Hegel. È “contrario alla libertà” per Kant. Può “cagionare invisibili sussulti agli organi del pensiero”, secondo Balzac. Eccetera eccetera, fino al Novecento e a un futuro caratterizzato da “un uomo senza naso”, nella cupa profezia di Italo Calvino: un uomo non più in grado di distinguere gli odori, cioè di entrare in relazione con gli altri e con il mondo.

Le eccezioni sono pochissime. Nietzsche, per esempio, diceva: “il mio genio è nel mio naso”. Questo libro, in fondo, è un insieme di variazioni su questo tema, la genialità del naso.

 

Poeti e scrittori, loro sì.

Dunque, oggi diciamo in coro che l’olfatto è il più negletto dei sensi. Peccato che non sia proprio così. Pensate alla letteratura: dal Cantico dei Cantici a Baudelaire e a Camilleri, profumi e puzze sono onnipresenti. Gli artisti non hanno paura: neppure del primitivo, della bestia che è in noi e che l’annusare il mondo rappresenta.

Pensate anche al linguaggio comune, che smentisce la presunta perifericità dell’olfatto: “avere naso” o “avere fiuto” significa capire più degli altri; “sagace” deriva dal latino sagire cioè fiutare; “sapere” e “sapore” sono imparentati. Quando qualcosa non ci piace, arricciamo il naso.

Diremmo dunque che l’olfatto trascurato non è, ma rimane tuttora il più misterioso dei sensi.

 

Lo stato dell’arte.

Se in passato è stato denigrato dalla filosofia e trascurato dalla ricerca scientifica, mentre l’arte letteraria lo ha ampiamente esplorato, oggi, anche se ancora non ne siamo del tutto consapevoli, l’olfatto è al centro della nostra vita quotidiana e dell’interesse scientifico. Gli aromi sono ovunque negli alimenti, il giro d’affari dell’industria del profumo è colossale e in crescita, la ricerca sui meccanismi anche genetici dell’olfatto ha fatto assegnare un premio Nobel (nel 2004, a Axel e Buck), e questo libro è una bella dimostrazione dell’attuale accanimento scientifico nello svelare i segreti dell’arte di vivere annusando. Arte che condividiamo con falene, cani, maiali e forse anche con le piante.

 

L’odore è un linguaggio.

Bill Hansson è uno scienziato dell’olfatto, così si definisce. Quando lavora, insegue granchi giganti su isole remote, monitora coleotteri e topolini, osserva le tecniche di seduzione dei fiori, annusa neonati, mette falene nel tunnel del vento, assaggia cibo con occhi bendati e una molletta sul naso, tende trappole olfattive ai cinghiali. Pare si diverta moltissimo, e infatti il libro trasuda entusiasmo. È un libro tecnico che parla anche ai non tecnici proprio perché mostra la ricerca mentre è all’opera: l’eccitazione della scoperta.

In sintesi: gli odori sono molecole volatili, catturate da recettori che trasmettono segnali al cervello. Alle porzioni più antiche del cervello, ed è per questo che annusare stimola emozione e memoria. Quanti odori possiamo distinguere? Diecimila, cento milioni, un miliardo?

Ancora più in sintesi: odore uguale comunicazione. È uno strumento fondamentale per garantire attività altrettanto fondamentali, come la riproduzione e la sopravvivenza.

La scienza dell’olfatto esplora e svela come ciò accade. Comunicare significa manipolare amici e nemici.

(Aggiungiamo che l’uomo è l’unico animale che costruisce odori, trasferendo il profumo nella sfera della cultura e non solo della biologia e della chimica). 

Respirare in natura

In quale paesaggio.

Anni fa un uomo scarcerato dopo una lunghissima detenzione mi disse che uscendo di prigione la cosa che l’aveva colpito di più erano gli odori. Le persone, le strade, tutto odorava diversamente rispetto a quando aveva annusato per l’ultima volta la libertà, decenni prima.

In inglese c’è questa parola bellissima: smellscape. Come landscape, ma per l’olfatto. Il paesaggio olfattivo, l’orizzonte dentro al quale abitiamo. Come tutto, anche lo smellscape è cambiato: soprattutto, l’abbiamo cambiato.

Hansson si interroga sulla dimensione olfattiva dell’Antropocene. Non soltanto le attività umane, agricoltura in primis, hanno modificato la varietà dei profumi che percepiamo; ma l’inquinamento compromette le capacità olfattive (cioè vitali) di molte specie. Niente odori, niente insetti. Niente odori, niente impollinazione. O, al contrario, certi odori amplificano la diffusione di parassiti, virus, malattie.

Ozono, CO2, temperature in aumento, plastica e microplastiche, erbicidi: le parole chiave del nostro allarme planetario coinvolgono anche la dimensione olfattiva, cioè l’intero sistema di comunicazione fra organismi. Occorrerebbe un’ecologia dell’olfatto.

 

Con ogni respiro.

Anosmia, parosmia, iperosmia, iposmia, fantosmia, microsomia, disosmia, e presbiosmia. Non è grave che non sappiate cosa sono, perché la mancanza di un lessico familiare legato all’olfatto è uno degli effetti della repressione della dimensione odorosa di cui dicevamo. Sappiamo che cos’è un cieco, mentre non riconosciamo l’invalidità di chi non sente gli odori. Eppure, anosmia significa perdere i piaceri della vita: cibo, sesso, luoghi, ricordi, nulla sa più di niente. Anosmia significa perdita di slancio vitale, depressione, un limbo esistenziale. Si diventa anosmici per traumi, virus, cocaina.

Anche grazie al Covid, ora sappiamo che la perdita dell’odorato è sia sintomo sia causa di patologie, e che esiste anche una diagnostica tramite annusamento.

 

Il migliore amico dell’odore

I numeri sono belli, ma non sempre precisi. I cani sono migliaia di volte più sensibili agli odori di noi. La concentrazione di molecole odorifere che riescono a percepire è mille o diecimila volte più bassa di quella che serve a noi per accorgerci di un odore. Gli uomini hanno cinque milioni di cellule olfattive, i cani centinaia di milioni o forse un miliardo.

Il salmone si orienta mappando gli odori. Il piccione viaggiatore deprivato dell’olfatto non ritrova la strada di casa. Idem per certi squali. Che hanno (i numeri sono belli) due terzi del cervello dedicati all’olfatto, e individuano alcuni odori anche se ce n’è una sola molecola su 25 milioni. Il topolino annusa attraverso quattro organi diversi, in pratica quattro nasi.

Prendi un chilo di zucchero, versalo in mare, mescola, assaggia. Tu non senti niente, la falena sì. La falena ha un milione di volte la nostra sensibilità agli odori (che gusto e odorato coincidono lo abbiamo già detto?).

 

Prendete l’orchidea

Esiste anche un mimetismo olfattivo. Alcune orchidee emettono odori identici a quelli delle api femmina, per indurre il maschio in tentazione. Lui ci casca, tenta l’amplesso e viene impollinato. Ma come convincerlo poi a trasferire il polline a un’altra orchidea? Poiché ciascuna ape femmina emette segnali olfattivi leggermente diversi da tutte le altre, quei furbissimi fiori fanno lo stesso. L’ape maschio passa così di corolla in corolla, convinto di essere uno sciupafemmine, un irresistibile dongiovanni, mentre invece fa solo home delivery di polline. D’accordo, è una lettura antropomorfizzata: ma è sbalorditivo vedere l’evoluzione nel suo farsi, leggere come alcune specie vegetali si siano evolute fino a produrre odori specifici che scatenano specifici comportamenti innati negli insetti. La complessità è meravigliosa. E anche noi attraverso gli odori manipoliamo il comportamento degli insetti, in agricoltura e in orticoltura.

Le piante emettono profumi, e questo lo sappiamo. Possono anche percepirli, pur non avendo nasi né cervelli, e insomma “comunicano”, per esempio se minacciate? Intorno a questa domanda si spalanca uno dei più promettenti orizzonti della ricerca attuale.

 

Eppure è preminente, il naso.

A lungo abbiamo tenuto l’olfatto all’estrema periferia. Ignorando quanto gli odori influiscano sulle nostre scelte alimentari, sessuali, sociali. Ignorando quanto gli odori siano centrali nella conoscenza del mondo. Ora, anche grazie a questo libro, possiamo liberare la curiosità verso l’arte e la gioia di vivere annusando.

Giovanna Zucconi dirige Aboca Life Magazine.
Ha fondato Serra&Fonseca, brand di profumi e comunicazione olfattiva.

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