VEDERE IL BOSCO

Finora inedito in Italia e già entrato in classifica, L’albero del grande scrittore inglese John Fowles è un viaggio attraverso il rapporto che l’umanità occidentale ha con la natura. Dai ricordi del frutteto meticolosamente coltivato dal padre ai boschi liberi dell’infanzia, fino alla visita al giardino del grande classificatore Carlo Linneo ad Uppsala, in Svezia. Che provoca queste formidabili riflessioni sullo sguardo antropocentrico dell’uomo sulla natura. 

Alberi, bosco, natura - Aboca

L’evoluzione ha trasformato l’uomo in una creatura che isola e separa, che guarda il mondo da una prospettiva non solo antropocentrica ma anche singolare, che riflette il modo in cui amiamo pensare a noi stessi e alla nostra individualità.

Quasi tutta la nostra arte prima degli Impressionisti – o prima del loro San Giovanni Battista, William Turner – mostra chiaramente il nostro amore per i confini ben definiti, per le identità uniche, per la cosa singola liberata dalla confusione dello sfondo. Questa capacità di separare un oggetto da ciò che lo circonda e concentrarci su di esso è una regola implicita in ogni nostro giudizio sulle opere d’arte più realistiche; ed è molto simile, per non dire identico, a quanto chiediamo a strumenti ottici quali microscopi e telescopi: ingrandire, mettere a fuoco, distinguere meglio, separare dalla massa. Gran parte della scienza è
votata allo stesso fine: fornire etichette specifiche, spiegare meccanismi e sistemi specifici per classificare e dare un ordine a ciò che nella massa sembra indistinguibile dal resto. Persino la conoscenza più semplice, come quella dei nomi e delle abitudini di fiori e alberi, dà avvio a questo processo di distinzione e individuazione e ci allontana di un passo dalla realtà assoluta spingendoci verso l’antropocentrismo.

Agisce sulla nostra mente come l’obiettivo della macchina fotografica, distruggendo o limitando certe possibilità di visione, di apprendimento ed esperienza. È questo il frutto amaro dell’albero della conoscenza di Uppsala.

Inoltre, rende inevitabili alcune domande importanti che riguardano la realtà dei limiti che imponiamo a ciò che vediamo. In un bosco, di solito è impossibile distinguere visivamente il “confine” di ciascun albero, quantomeno in estate.

Ci sentiamo, o pensiamo di sentirci, più vicini all’“essenza” di un albero (o della sua specie) quando capita che si trovi isolato, come noi; ma l’evoluzione non aveva previsto che gli alberi crescessero come entità singole. Sono creature sociali, molto più di noi, e gli esemplari isolati non sono più naturali di quanto possa esserlo, per gli uomini, un marinaio su un’isola deserta o un eremita.
La loro comunità, a sua volta, crea e supporta altre comunità di piante, insetti, uccelli, mammiferi e microorganismi; comunità che possiamo decidere di isolare ed escludere, ma che nondimeno fanno parte dell’entità ideale, o esperienza integrale, del bosco: visione, questa, che appartiene ancora alla maggior parte delle società primitive.

Gli scienziati limitano il significato della parola “simbiotico” alle relazioni tra diverse specie che portano un beneficio reciproco identificabile; ma il bosco autentico, come qualsiasi luogo autentico, è la somma di tutti i suoi fenomeni. Sono tutti in un certo senso simbiotici, stando insieme in un’unione di esseri viventi. Soltanto perché una così grande quantità di interazioni e coincidenze nel tempo e nello spazio va ben oltre la capacità di calcolo della scienza (uno scienziato direbbe che va ben oltre qualsiasi funzione utile, anche se calcolabile) siamo abituati a ignorarla e consideriamo il volo dell’uccello e il ramo da cui spicca il volo, la foglia nel vento e la sua ombra al suolo, come eventi separati o indovinelli: quale uccello? quale ramo? quale foglia? quale ombra?

I confini tracciati da queste domande (dove lo incasello?) appartengono a noi, non alla realtà. Li abbiamo e ne siamo prigionieri non solo culturalmente e intellettualmente, ma anche fisicamente, a causa dell’irrequietezza dei nostri occhi e del la loro visione limitata. Molto prima che le lenti di vetro e la macchina da presa fossero inventate, questi confini esistevano già nei nostri occhi e nelle nostre menti, sia nel nostro modo di percepire la realtà che nel modo in cui analizziamo ciò che abbiamo percepito: una sequenza infinita di brevi scene e stacchi, un bisogno infinito di editare e disporre questo materiale grezzo.

John Fowles è nato a Leigh-on-Sea, in Inghilterra, nel 1926. Ha esordito nel 1963 con il romanzo Il collezionista, distinguendosi subito a livello internazionale. Nel 1969 è uscito La donna del tenente francese considerato uno dei capolavori della letteratura inglese del Novecento, dal quale è stato poi tratto l’omonimo film interpretato da Meryl Streep e Jeremy Irons.
John Fowles è morto il 5 novembre 2005.

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