BELL’AMBIENTE, CARI ANTICHI!

Il problema della sostenibilità ambientale si pone da sempre, anche se non la chiamavano così. Nelle nostre città medievali, per esempio, le puzzolentissime concerie vennero spostate per non inquinare olfatto e salute. 

Spostate, ma non troppo. Perché, allora come oggi, i benefici dello sviluppo economico comportano anche costi e svantaggi. 

È opinione diffusa che il problema della sostenibilità ambientale si sia posto solo negli ultimi decenni, quando il modello di sviluppo basato sull’industria si è esteso anche ad aree che in precedenza ne erano state escluse, prima fra tutte la Cina, ma anche l’India, l’intero sud-est asiatico, il Brasile, ecc. È evidente che l’ingresso di questi autentici giganti demografici nel sistema industriale mondiale ha incrementato in maniera rilevante l’impatto ambientale di tutte le attività di trasformazione e trasporto, ma è anche chiaro che se la si pone in questo modo si finisce per ricadere nella logica malthusiana, secondo la quale l’unica maniera per rendere sostenibile lo sviluppo economico è quella di escludere la maggioranza degli esseri umani dai suoi benefici. E siccome chi primo arriva meglio alloggia, ne consegue che noi occidentali abbiamo il diritto di mantenere il nostro tenore di vita e quindi di inquinare, mentre gli ultimi arrivati devono fermarsi per il bene di tutti, in particolare il nostro…

La storia forse ci può aiutare a comprendere come questa opinione diffusa sia errata alla radice, perché il problema della sostenibilità ambientale non è cosa di questi decenni, ma si pone fin dalla notte dei tempi. Dalle nostre parti, in Italia, possiamo vedere cosa avveniva in molte città già nel basso medioevo. Dopo la rivoluzione urbana del XI e XII secolo, per le città di maggiori dimensioni iniziavano a porsi problemi che oggi definiremmo di sostenibilità, ma che all’epoca venivano chiamati in altri modi. Posto che la città era per definizione un luogo meno sano della campagna, nel quale la promiscuità favoriva la diffusione di malattie, la concentrazione di alcune attività manifatturiere in spazi stretti e tendenzialmente angusti peggiorava la qualità della vita in senso complessivo, soprattutto per quanto riguarda la presenza di cattivi odori. Ma le conoscenze scientifiche del periodo finivano per attribuire ai disturbi olfattivi un valore sanitario molto elevato, per cui era opinione comune che la diffusione di alcune malattie fosse determinata dalla cattiva qualità dell’aria.

industria

Da qui prese avvio una serie di disposizioni sanitarie, finalizzate a ridurre i miasmi e gli odori nelle città, che avevano anche consistenti ricadute di carattere urbanistico prima ed economico poi. Basti pensare ai regolamenti volti a confinare l’attività conciaria nelle aree periferiche, ma sempre all’interno delle mura cittadine. La concia delle pelli è storicamente un’attività estremamente disturbante dal punto di vista olfattivo e quindi lo spostamento di questi opifici in quartieri dedicati, praticamente delle zone industriali ante litteram, era funzionale al miglioramento dell’aria nel resto della città.

Nell’economia preindustriale era impensabile spostare le concerie al di fuori della cerchia urbana, perché era necessario che tutte le attività connesse alla macellazione rimanessero all’interno della città per garantirne l’approvvigionamento alimentare e al tempo stesso assicurare il massimo profitto agli operatori del settore. Quindi i problemi sanitari dovevano convivere con le pressioni economiche di allevatori, macellai, conciatori e, alla fine della filiera, anche di calzolai e lavoratori del cuoio.

Questo esempio ci dimostra una volta di più come non sia possibile mantenere i benefici dello sviluppo economico, senza assumersene almeno una parte dei costi. Se le città avessero deciso di spostare le attività più impattanti al di fuori delle mura, come molti proponevano già nel medioevo, avrebbero perso il monopolio di quelle stesse attività e soprattutto il controllo su quelle filiere. A ben guardare, è lo stesso problema che abbiamo oggi, con lo spostamento di interi settori produttivi nei paesi emergenti.

Alberto Grandi (Mantova, 1967) è professore associato all’Università di Parma dove insegna Storia delle imprese e Storia dell’integrazione europea. È stato inoltre docente di Storia economica e Storia dell’alimentazione. È autore di una quarantina di saggi e monografie pubblicati in Italia e all’estero.

Aboca edizioni ha appena pubblicato L’incredibile storia della neve e della sua scomparsa. Dalle civiltà mesopotamiche al frigorifero, dai cocktail all’emergenza climatica

Il suo libro Denominazione di origine inventata. Le bugie del marketing sui prodotti tipici italiani, uscito nel 2018, è diventato un podcast di grandissimo successo.

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