CHE COS’È LA SALUTE

Malati ci ritrovammo entrambi, così come entrambi eravamo innamorati“.

Che cosa accade a una coppia, a una famiglia, quando si ammala una persona amata. Come continuare a vivere la vita insieme, se il tempo si accorcia. Che cosa significa mantenere la salute anche quando non si è sani. 

Infinita è la varietà di risposte a domande come quelle alle quali costringe la malattia. Ogni esperienza è unica. Non tutte, però, trovano voce: è per questo che un testo come quello che vi proponiamo è così prezioso per tutti. 

Nicola si è preso cura di Nicolas. Nicola racconta Nicolas. Davanti a una platea di professionisti della salute, lo scrittore Nicola Gardini ha condiviso sentimenti e pensieri.   

Questo è il suo racconto, questa è la loro storia. 

Io non sono un professionista né della medicina né della farmacia. Sono un uomo di letteratura, uno scrittore. Credo, però, che la cura competa tanto ai medici quanto ai letterati e che occasioni di confronto tra questi e quelli siano non solo da cogliersi al volo quando si presentano, ma da promuoversi sempre più nel futuro. È vero che ogni campo del sapere tende a chiudersi nella specializzazione e, pertanto, lo spazio per i confronti si assottiglia o addirittura si annulla. È anche vero, d’altra parte, che quel che le specializzazioni lasciano fuori – l’unicità dell’esperienza personale, le dimensioni affettive, i diversi gradi di sensibilità con cui ognuno di noi percepisce, comprende e si premura di alleviare la sofferenza degli altri, insomma, tutto l’umano della realtà vissuta – non se ne va, ma aspetta di essere riconosciuto e studiato proprio per la sua irriducibile complessità e varietà.

Ho detto che sono uno scrittore. Sono qui proprio perché ho scritto di malattia in un mio recente libro, Nicolas. Tuttavia, mi sentirete parlare anche da semplice persona che si è presa cura di un’altra persona gravemente malata, il Nicolas del titolo.

Quando mi capita di parlare del libro – e l’ho fatto parecchie volte negli ultimi mesi –, mi sta sempre a cuore sottolineare che quel che racconto e quel che ho vissuto non sono la stessa cosa, sebbene quel che ho vissuto abbia ispirato ciò che racconto. Mi sentirei smarrito e frainteso se i miei lettori pensassero che nel libro Nicolas mi fossi limitato a riportare “i fatti miei”. Quelli, “i fatti miei”, resteranno sempre non scritti, poiché la vita che viviamo non è mai in sé un libro, non è mai letteratura. Neppure la memoria lo è, sebbene si parli da secoli del “libro della memoria”. Un libro esiste solo quando è scritto. Nessun autore, dunque, ha già un libro in testa. Se qualcuno dice di averlo, non dice la verità. In testa può avere solo impressioni, idee, ricordi. Un libro è scrittura; esiste via via che è scritto; è un’altra vita. Di questo il lettore tende a dimenticarsi. Forse lo scrittore scrive proprio perché la sua scrittura sia dimenticata; perché sia soppiantata dalle visioni che provoca. Resta che quelle visioni non sono mai replica di alcun passato. Sfortunatamente, quando un libro racconta cose che l’autore ha probabilmente vissuto o perfino dichiara di aver vissuto, è facile credere che si leggano cose del passato. Non è così. In un libro, che sia un libro vero – cioè letteratura –, il passato si ricrea. Un libro non riporta, non trasferisce il vissuto; lo fa vivere in altro modo – l’unico modo in cui, secondo lo scrittore, il vissuto possa avere tuttavia sostanza di accadimento, di presente eterno. Un libro è una sorta di vita a sé, dove quel che è successo non è “già-successo”, ma succede – o almeno cerca di succedere – nelle pagine, in quelle pagine per la prima volta. Così doveva essere in Nicolas, perché volevo che Nicolas, il protagonista, non fosse già morto prima che io mi mettessi a scrivere, ma vivesse di nuovo attraverso la mia scrittura. Solo così la rappresentazione della sua morte avrebbe avuto senso – e avrebbe potuto riguardare anche altri.

Oggi, in parte, farò un’eccezione– se è possibile fare eccezioni parziali. Senza temere che il mio libro sia ridotto a null’altro che “cronaca di una fine”, senza pretendere che osserviate il racconto nella sua totalità, che è fatta di simmetrie strutturali, di echi interni, di metafore nascoste, di un suo ritmo artistico, lascerò che confondiate il narratore di Nicolas con me, il compagno di Nicolas, anzi, il marito, dato che sei mesi prima della sua morte io e Nicolas, dopo quasi vent’anni di convivenza, ci sposammo. Vi parlerò da testimone, portando nella mia testimonianza di oggi anche qualche citazione del libro, usando il mio libro come “documento di una cura”, e vi dirò quello che ho imparato della salute nel corso dell’ultimo anno e mezzo della vita di Nicolas.

Nicola Gardini (foto di Mauro Balletti)

Le persone cosiddette sane sono quelle che stanno bene fisicamente, vale a dire, quelle che, quando scorrono i risultati delle ultime analisi del sangue, non trovano sul foglio ombra di asterisco; quelle che non conoscono mal di testa, mal di schiena, mal di pancia; quelle che si muovono senza difficoltà… Hanno, appunto, la sanità, giovani o vecchie che siano (più probabile, inutile dirlo, che questo valga per i giovani). Però, non hanno necessariamente la salute. Essere sani e avere la salute non significano la stessa cosa. Si dà, invece, il caso di persone non sane, persone – secondo gli asterischi dei risultati clinici – “malate”, che la salute l’hanno, o addirittura la trovano. La loro malattia, infatti, può rivelarsi una “condizione estrema di salute”. Così è stato per Nicolas.

Ci siamo conosciuti nella primavera del 2001 e abbiamo vissuto insieme fino all’inizio del 2020, quando è morto. Nel 2018 gli diagnosticarono un tumore dell’appendice, un tumore raro, che non ammetteva terapia specifica (al momento della diagnosi, tra l’altro, erano già comparse abbondanti lesioni sul fegato e sul peritoneo). Il dottore, comunicandoci l’esistenza del tumore, dichiarò che gli restava ancora un anno da vivere. È andata più o meno così. Ma non è andata proprio come il dottore era certo che dovesse andare, anzi, come già era certo che stesse andando. Nicolas non era allora e non è mai stato dopo un moribondo: lui ha vissuto fino all’ultimo minuto la sua vita; è stato in salute.

*

La malattia di Nicolas fu fin da subito anche mia. Malati ci ritrovammo entrambi, così come entrambi eravamo innamorati. Certo, il tumore occupava il suo corpo, ma un tumore, una malattia, prima ancora che una condizione fisica, è una questione del pensiero. Noi, annunciata la malattia, cominciammo a pensare nello stesso modo. O meglio: io, che dovevo e volevo curarlo, dovevo e volevo pensare come pensava lui. Dovevo essere – mentalmente – anche lui il più che potessi, e questo richiedeva che lo osservassi e ascoltassi con la massima dedizione possibile. Durante tutti quei mesi finali – diciotto per l’esattezza – ho sempre parlato al plurale. Fossimo stati greci antichi, avrei usato il duale, il numero delle cose che non si disgiungono, come le mani, i piedi o gli occhi. Questa è la prima verità che ho imparato: che quando si ammala un familiare, tutta la famiglia è malata; dunque, tutta la famiglia si impegna a ritrovare la salute. Va da sé che questo vale anche per l’intera società, per l’intero pianeta: se qualcuno soffre in qualche parte del mondo, sofferente è tutto il mondo, per quanto ci sforziamo di ignorarlo o fatichiamo anche solo a contemplarlo. Si tratta di una grande questione politica, oltre che filosofica, che qui non ho la capacità di affrontare. Mi accontenterò di osservare che pure una piccola famiglia come la nostra, costituita da noi due soli, Nicolas e Nicola, era una polis.

Nicolas non era solo, né doveva credersi solo. Anche questo nuovo evento – tremendo, brutale, inspiegabile – ci apparteneva; era entrato nella storia di noi due.

Negare l’evento, sognare un’impossibile guarigione, non ci venne mai in mente. Non che fossimo rassegnati all’ineluttabile: eravamo solo pronti ad affrontarlo con la massima fiducia nelle nostre capacità. Amavamo la vita e volevamo continuare ad amarla; volevamo restare insieme il più a lungo possibile. Non vi nascondo – credetemi che fatico a pronunciare le parole che sto per pronunciare, e che mi sono proibito per molto tempo di pronunciarle pur solo nel segreto della mia testa – che da subito imparai ad amare anche la malattia di Nicolas, pensando che, per quanto indesiderata, fosse ormai una condizione del suo essere. E, d’altra parte, io del suo essere ero anche colui che conservava l’immagine più integra; colui che, per amore, non lo vedeva semplice oggetto del deperimento. Nella cura uno vuole proteggere tutto dell’altro – anche quello che non può più durare (e, credetemi, presa in questo senso, la cura va ben oltre i limiti dell’estinzione fisica).

Ho seguito attentamente il decorso del male, notando i sintomi, soccorrendo praticamente Nicolas (anzitutto mi preoccupavo della sua alimentazione), accompagnandolo alle visite, parlando con i medici, passando accanto a lui tutta la giornata quando era ricoverato e soprattutto incoraggiandolo a essere sé stesso e a fare quel che più gli piaceva fare: suonare i suoi strumenti, il flauto e il pianoforte, leggere, viaggiare. Nonostante i fastidi delle chemioterapie riuscimmo ad andare in Giappone sei mesi prima che morisse e alle Maldive solo tre settimane prima. Nel luglio del 2019 Nicolas riuscì perfino a superare l’esame di ottavo di pianoforte, dopo molti mesi di studio appassionato.

I medici… Nel mio libro parlo di loro, e in particolare di una certa dottoressa K. – quella che decise i trattamenti oncologici. Sentivo di dover creare un rapporto con lei, sia perché, come ho dichiarato, la malattia riguardava tanto me quanto Nicolas sia perché lui tendeva a sorvolare su certi fatti, a minimizzare i sintomi, a riassumere le sue condizioni, perfino all’indomani di qualche nuova difficoltà, in un fuorviante “Va abbastanza bene”. Quel che lui ometteva, io ritenevo giusto e utile riferire (dei silenzi dei malati si preoccupa già Ippocrate!). Non fu facile creare un rapporto con l’oncologa; anzi, non fu possibile. 

(Qui la seconda parte di questo testo di Nicola Gardini – autore anche del libro Nicolas).

Nicola Gardini (1965) insegna Letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford. Ha pubblicato saggi, alcune raccolte di poesia e traduzioni di classici come Ovidio, Marco Aurelio e Catullo. Tra i suoi libri: Così ti ricordi di me (Sironi 2003), Lo sconosciuto (Sironi 2007), Come è fatta una poesia? (Sironi 2007), I baroni. Come e perché sono fuggito dall’università italiana (Feltrinelli 2009), Rinascimento (Einaudi 2010), Per una biblioteca indispensabile. Cinquantadue classici della letteratura italiana (Einaudi 2011), Le parole perdute di Amelia Lynd (Feltrinelli 2014), La vita non vissuta (Feltrinelli 2015), Viva il latinoStorie e bellezze di una lingua inutile (Garzanti 2016), Con Ovidio. La felicità di leggere un classico (Garzanti 2017), Il tempo è mezza mela. Poesie per capire il mondo (Salani 2018), Le 10 parole latine che raccontano il nostro mondo (Garzanti 2018), Rinascere. Storie e maestri di un’idea italiana (Garzanti 2019) e Viva il greco (Garzanti 2021). Nicolas è uscito, sempre da Garzanti, nel maggio 2022. Il suo sito web è www.nicolagardini.com.

Questo intervento è stato letto a Roma a metà novembre, nel “Corso evoluzione Italia” dei farmacisti appartenenti alla rete Apoteca Natura. Titolo del convegno: Curare e prendersi cura

  

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