L’ESTATE DEI RECORD E LA SCIENZA SPRECATA

La temperatura più alta mai raggiunta in Sardegna. Lo zero termico all’altitudine più elevata. La peggiore tempesta nella storia di Milano. I chicchi di grandine più grandi mai registrati in Europa. E poi gli incendi in Grecia e in Canada, i 52° gradi in Cina, l’alluvione di Derna in Libia. Con i danni e costi anch’essi da record.

Su quella che potrebbe essere la sfida più grande per il futuro dell’umanità, i dati climatici degli ultimi mesi raccontano una storia ben diversa da “d’estate ha sempre fatto caldo”. Perché, chiede il climatologo Luca Mercalli in questa intervista, i media sprecano spazio per opinioni non qualificate anziché diffondere numeri e previsioni degli scienziati? Come nel film Don’t Look Up, la scienza è derisa, negata, sprecata. 

Luca Mercalli, giusto perché memoria non venga persa come spesso accade: che estate è stata quella del 2023?

Un’estate di record. Già quella del 2022 ci aveva fatto vedere una serie di record di caldo sulla continuità, nel senso che nel 2022 non abbiamo avuto dei grandi record puntuali ma un’estate tutta calda da giugno a fine agosto, che a livello europeo era diventata l’estate più calda della storia. Ricorderete i 40° a Londra che sono qualcosa di assolutamente inedito.

L’estate 2023 – che a livello medio nazionale si è attestata secondo CNR-ISAC in ottava posizione tra le più calde in oltre 220 anni di misure – è stata però caratterizzata da degli exploit. È, cioè, partita lenta con un mese di giugno abbastanza sottotono benché non freddo, perché è stato comunque in undicesima posizione tra i giugno i più caldi degli ultimi due secoli. Poi a luglio abbiamo avuto la prima grande ondata di caldo africano, che ha toccato soprattutto le regioni centro-meridionali dove abbiamo superato alcuni record storici assoluti, per esempio i 47° di Palermo e i 48° in Sardegna: la temperatura più alta della storia meteorologica della Sardegna.

Questo caldo si è poi spento in modo dirompente alla fine di luglio con la raffica di tempeste che hanno toccato la pianura padana. E qui abbiamo avuto altri record. La tempesta che ha toccato Milano, con i 5000 alberi stroncati o sradicati, è tra le più intense e forse la più intensa in assoluto ad avere mai colpito il capoluogo lombardo. E poi le grandinate. A sorpresa anche per noi addetti ai lavori, in ben tre casi più o meno consecutivi abbiamo avuto i chicchi di grandine più grossi nella storia della meteorologia europea: a Crema, a Padova e vicino a Pordenone, chicchi di grandine praticamente di 1 kg che sono i più grandi mai registrati in Europa.

I danni sono stati enormi sia all’agricoltura ma soprattutto ai paesi e alle case, abbiamo visto per la prima volta interi paesi con i tetti sbriciolati e acqua ovviamente entrata poi nelle case con tutti i danni conseguenti; pannelli solari bombardati; automobili da mandare al rottamaio. Una situazione che ha avuto dei costi enormi, secondi solo alle due alluvioni della Romagna di cui non dobbiamo dimenticarci. Erano in maggio, quindi non le inseriamo nell’estate, ma non possiamo assolutamente trascurare il fatto che dalla siccità che toccava la pianura padana fino ad aprile (anche questa la siccità peggiore della storia) siamo passati a a un fenomeno opposto che si è addirittura ripetuto due volte in 15 giorni. La prima alluvione è del 1° maggio, la seconda del 15; con quasi 9 miliardi di euro di danni all’agricoltura, alle città e alle infrastrutture della Romagna.

L’estate prosegue poi con un raffreddamento all’inizio di agosto, nulla di eccezionale ma qualcosa che comunque contrasta molto con il caldo estremo di fine luglio. Subito dopo Ferragosto abbiamo un’altra ondata di calore inedita per intensità, perché mai abbiamo avuto temperature così elevate, prossime ai 40°, tra pianura padana, Toscana e Francia in un periodo così tardivo dell’estate. In genere dopo Ferragosto l’estate tende a declinare, invece qui si è riattivata in pompa magna portando a record assoluti, tra cui il 21 di agosto lo zero termico più elevato nella storia dei radiosondaggi delle Alpi. Vuol dire che i palloni sonda lanciati dall’aeroporto di Payerne vicino a Ginevra e da Novara hanno incontrato la temperatura 0° a 5300 metri di altitudine, un fatto mai successo in precedenza, la quota più elevata alla quale si è spinta la temperatura di 0°. I ghiacciai alpini erano tutti sottoposti a un’imponente fusione, inclusa la vetta del Monte Bianco che stava ben 500 metri circa al di sotto della quota degli 0°.  Infine, l’ondata di caldo termina bruscamente attorno al 27 di agosto con gli estremi opposti nuovamente, cioè con uno sbuffo di aria gelida che ha portato la neve fino a Sestrière a 2000 metri. Tre o quattro giorni di freddo e poi il caldo con settembre si è ripreso.

Di fatto direi che l’estate del 2023 solo in Italia ha un carnet di record ineguagliabile. Se poi apriamo lo sguardo a quello che è successo nel mondo ne abbiamo veramente di ogni sorta. Vi ricordo soltanto gli incendi drammatici in Canada, i peggiori della storia del Nord America a noi nota, con 160.000 km² di territorio bruciato, che equivale a più della metà del territorio italiano come superficie. Poi gli incendi in Grecia, i vari massimi di temperatura in Cina con 52°, in Algeria, in Marocco, la disastrosa alluvione a Derna in Libia… Insomma è chiaro che questi sono sintomi inequivocabili del riscaldamento globale o di quello secondo la dizione francese, che mi piace molto, è il déreglèment climatique, lo sregolamento climatico. 

Estate di record, dunque, ma le emergenze non sono più emergenze. Esiste, credo, un ovvio divario tra le percezioni individuali e i dati scientifici. Da un lato c’è chi dice “in estate ha sempre fatto caldo”, dall’altro ci sono cifre, proiezioni, algoritmi che ci raccontano una storia a questo punto incontrovertibile. Più dei negazionisti climatici mi colpiscono gli indifferenti, i piccoli scettici, quelli che “massì, in fondo è sempre andata così”. Sono tanti. Tantissimi.  

Intanto partiamo dall’analisi delle fonti dei dati. Io non riesco a capire perché in un mondo ormai così intriso di scienza e di tecnologia in ogni settore della nostra quotidianità, ci siano persone che si permettono di esprimere opinioni non verificabili su quella che è una vera e propria scienza fatta prima di tutto di osservazioni. Osservazioni che oggi sono di qualità eccellente, perché abbiamo le stazioni meteorologiche classiche e tradizionali a terra ma abbiamo anche i sistemi satellitari che tengono sott’occhio tutto quello che succede sul nostro pianeta, dalla superficie terrestre agli oceani: foreste, estensione dei ghiacci polari, attività fotosintetica, estensione degli incendi. Per esempio in Europa abbiamo un sistema di grandissima eccellenza che è il Servizio Copernicus, un sistema satellitare per per il quale tutti noi paghiamo le tasse e diretto tra l’altro da italiani, da persone di alta levatura scientifica che nessuno conosce. Cito per esempio Carlo Buontempo, giovane fisico dell’atmosfera originario dell’Aquila che è direttore della sezione osservazione del clima del programma Copernicus. Questi italiani se sono in questa posizione è perché a livello europeo hanno il massimo dei titoli possibile in termini di credibilità scientifica, eppure noi preferiamo andare dietro al commento banale di una persona qualunque che passa per strada e che non sai nemmeno che formazione abbia in termini di cultura scientifica.  Non andiamo invece a chiedere i dati ai professionisti del settore e quando li chiediamo ci troviamo pure degli alibi per dire “forse però quei dati non sono giusti, io li metto in dubbio”.  Ma come tu li metti in dubbio, ma chi sei?

Credo che questo della mancata autorevolezza delle fonti sia un problema fondamentale, con una grandissima responsabilità del mondo dell’informazione che preferisce con un microfono girare per strada e chiedere alla persona qualunque cosa ne pensa, ai limiti della banalità più stucchevole. Buongiorno, lei ha caldo? Si, ma accendo il condizionatore o mi mangio una granita. Perché occupare prezioso spazio dell’informazione con queste stupidaggini, nel caso migliore inutili e banali, nel caso peggiore “ma no io non ci credo perché mio nonno diceva che faceva più caldo cent’anni fa”. Ma tuo nonno non è una stazione meteorologica!

Quanto al commento “d’estate ha sempre fatto caldo”, io dico che non è assolutamente vero. Se guardi le serie storiche dei dati italiani, scopri che ci sono state moltissime estati fredde o gelide, in particolare in un passato lontano, sette-ottocentesco: eravamo nella piccola età glaciale. Ma anche estati non troppo lontane da noi, per esempio negli anni ’70, sono state pessime, piovosissime, fresche. Non si faceva il Barolo, l’uva delle nostre vendemmie italiane era di scarsissima qualità, le vacanze sulle spiagge romagnole si facevano non in costume da bagno ma con il golfino, e quindi queste affermazioni non si possono avallare nell’informazione perché basta guardare i numeri.

Su questo, sul rapporto fra scienza e informazione, torneremo nella seconda parte di questa conversazione. Abbiamo cominciato con il resoconto dell’estate 2023, ora ti chiedo uno sguardo sull’imminente autunno.

Per tutta la prima metà di settembre siamo ancora in un clima pienamente estivo, l’anticiclone caldo è di nuovo sull’Italia e porta ancora temperature sui 30°. Non possiamo spingerci molto più in là, esistono delle previsioni stagionali ma sono sfumate, si limitano a dare un segno più o un segno meno di anomalia. Anche tutti i prossimi mesi sembrano avere un segno più, cioè anche tutto l’autunno e l’inizio dell’inverno 2023 potrebbero essere più caldi della media.

Meteorologia e climatologia dovrebbero essere, oggi, i mestieri più richiesti del mondo.

Sono due scienze sorelle, la meteorologia ha uno sguardo breve nel tempo, dell’ordine di una quindicina di giorni, mentre la climatologia integra tutto l’andamento di quella che è stata una meteorologia locale per periodi lunghi decenni, secoli, millenni e anche di milioni di anni.  Il paleoclima si ricostruisce per esempio con i carotaggi dei ghiacciai polari, con i sedimenti oceanici, con gli anelli degli alberi, con i pollini fossili … Che questo sia il mestiere più bello del mondo io non ho dubbi, infatti l’ho scelto ormai quasi quarant’anni fa e sono contento che sia diventato il mestiere della mia vita. Sul fatto che sia il più richiesto invece ne ho, perché se i dati come dicevamo di questa scienza non vengono poi ascoltati e restano nei cassetti, diventa scienza sprecata!

Festeggiamo quest’anno i trent’anni della tua rivista Nimbus.  Ti senti un pioniere, una vox clamantis nel deserto, o pensi invece che l’attenzione verso questo tema si stia finalmente ampliando?

Faccio un quadro purtroppo un po’ di sconfitta. Chi ha visto il film Don’t look up sa che a una scienza che permette di prevedere l’impatto di un asteroide sul pianeta fa eco la totale indifferenza, sia da parte delle persone che della politica, e addirittura la derisione degli scienziati che fanno la previsione e forniscono l’unica informazione che può essere utile per la salvezza. Questo è il paradosso nel quale ci troviamo. Per questo parlo di scienza sprecata. Valeva la pena conoscere tutto ciò se poi di fronte a quella che potrebbe essere la più grande sfida per il futuro dell’umanità non usiamo questa informazione e ci basiamo come dicevamo prima sul parere del primo che passa per strada? Allora tanto valeva non studiare, non sapere, andare avanti così, alla cieca, e prenderci quello che capiterà come conseguenza del nostro comportamento.

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