PER UN’ECOLOGIA DELLE PAROLE

Come “empatia” e “resilienza”, “sostenibilità” è di moda. Tutti la dicono, tutti la vogliono. Solo che nel suo cammino da termine tecnico a mantra universale, ha perso (quasi) ogni significato. Svuotando di senso anche la preoccupazione originaria, e sacrosanta: quella di non intraprendere attività per cui prima o poi non basteranno le risorse disponibili. Se volete conferma, provate il gioco del contrario …

E adesso? Come restituire valore all’attuale parola jolly di ogni marketing, di ogni generico discorso quotidiano? Per esempio ascoltando Roberto Benigni. 

Un sondaggio, anzi due. Il primo domanderebbe a un campione rappresentativo di parlanti la lingua italiana: “Luoghi comuni: pensi siano da evitare o da accettare?”.
Il secondo dovrebbe essere riservato a coloro che avessero dichiarato di volerli evitare (presumibilmente una maggioranza vicina all’unanimità), a cui andrebbe chiesto: “Quali qualità vorresti che fossero diffuse nella società, per affrontare la vita contemporanea?”. Penso che nella parte alta della graduatoria risultante troveremmo parole come “empatia”, “resilienza”, “sostenibilità”. Luoghi comuni? Senza offesa: sì.

Non c’è un vero bisogno di indagini demoscopiche per affermare che anche chi pensa di evitare i luoghi comuni non può fare a meno di frequentarli.
Le qualità elencate piacciono a molti e sono di fatto dei luoghi comuni: sono come parole d’ordine che si diffondono nella società, risultano attraenti, sembrano dire più di quel che vogliono effettivamente dire e quindi vengono ripetute quasi con voluttà. “Empatia”, “resilienza”, “sostenibilità” sono appunto fra le più recenti.

Hanno in comune qualcosa, credo non per caso.
“Empatia” è in origine un termine tecnico della psicologia e designa quel fenomeno per cui ci pare di provare la stessa sensazione, specie se dolorosa, che tocca a qualcun altro: vediamo una statua di Atlante che regge il mondo e ci pare di sentire il peso; vediamo in un film qualcuno prendere un brutto calcio o una bastonata e istintivamente ci ritraiamo, come se potessimo essere colpiti anche noi. Nei nostri usi quotidiani, invece, parliamo di “empatia” in modo non molto differente dalla “simpatia”. Se si accusa un docente, un medico, un politico di non essere “empatico” si intende che non sta facendo nulla per risultare “simpatico” o comprensivo. Ma l’empatia era un’altra cosa: la diffusione della parole ne ha esteso il significato, allontanandolo dalla sua origine.

Un caso analogo è occorso anche alla “resilienza”. Anche questo è un termine di origine scientifica, sia pure differente: proviene dalla fisica e si riferisce alla capacità che un materiale può avere per ritornare alla forma originaria dopo aver ricevuto un urto, senza spezzarsi e neppure deformarsi. Noi invece ne parliamo come di un tipo più specifico di “resistenza”, cioè la capacità di non farsi abbattere da avversità o problemi vari.

E “sostenibilità” ? La scienza di riferimento qui è l’economia. Anche nel bilancio di una famiglia ci sono spese sostenibili e spese non sostenibili: si parla di sostegno e di sostentamento e la stessa idea di “solidità” economica rimanda alla stessa idea. Vediamo le condizioni economiche come il modo che ci consente di rimanere in piedi. Ma allora, dove sta il problema?
Come per “empatia” e “resilienza” il problema nasce quando una parola di queste, termine astratto che si riferisce a qualcosa di molto preciso, viene indicata, accettata e quindi adottata comunemente come “valore”. Allora esce dal suo campo specifico di applicazione, comincia a essere impiegata nei contesti più diversi, sempre più spesso a sproposito, sino a perdere tutta la sua brillantezza e decisamente
avvizzire.

L’economia ha poi ceduto il valore della “sostenibilità” a quella sua sorella separata, che a volte pare speculare e opposta, che è l’ecologia. Oggi chi scrive “sostenibilità” sul form della ricerca di Google si trova immerso in un festival di usi. Sostenibilità economica, ambientale, sociale. Sviluppo e sostenibilità, sostenibilità e profitto, soluzioni sostenibili, finanza sostenibile, città sostenibile, moda sostenibile. “Incorporiamo pratiche sostenibili nel nostro modo di lavorare”.

Il trucco per capire se una parola ha senso o non lo ha più è sostituirla con il suo contrario.
Cosa potrebbe voler dire “soluzioni insostenibili”? E “pratiche insostenibili”? “Moda insostenibile”? Se una parola non può dar luogo a un contrario sensato, allora non vuole dire niente.

La preoccupazione per la sostenibilità, in senso stretto, è ovviamente sacrosanta: consiste nell’attenzione a non intraprendere attività per cui prima o poi non basteranno le risorse disponibili: in economia, come in ecologia.
Succede però che quando un concetto – in sé non del tutto intuitivo – riesce a diffondersi e a costituire un “valore” riconosciuto e considerato positivo dalla collettività, siamo già nel marketing. È capitato a “verde”, “green”, “bio”, “eco”: ora càpita a “sostenibilità”.

Termine utile per impostare cambiamenti nell’orientamento delle aziende, della politica, della società, divenuto non solo luogo comune ma anche parola jolly, che comporta più un alone positivo che un senso determinato.
Roberto Benigni una volta ha citato un detto cinese: “Se tutto quello che hai è una montagna di neve, tienila all’ombra”. Dovremmo fare così anche con le parole: non ripeterle come “valori” etici che ci si compiace di proclamare ed esibire sotto il sole, ma usarle quando davvero servono, dove davvero significano, quando davvero posso dare sostegno al nostro discorso.

Stefano Bartezzaghi è giornalista, scrittore e semiologo. Nato a Milano nel 1962, tiene da sempre rubriche sui giochi, sui libri, sul linguaggio (per Repubblica “Lessico e nuvole” e “Lapsus”). Insegna Teorie della Creatività e Semiotica all’università IULM di Milano.

 

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