AMBIENTE, PERCHÈ IGNORARE LA CURA?

La “scienza sprecata”. Così, nella prima parte di questa conversazione con Aboca Life Magazine, Luca Mercalli ha individuato le ragioni di tanta cattiva informazione sul riscaldamento climatico. Le soluzioni però ci sono. Se guardiamo alla salute del pianeta in termini appunto di salute e malattia, è possibile fare una diagnosi. E anche mitigare sintomi e decorso. Con la partecipazione di tutti.

La “scienza sprecata”. Ricominciamo da qui: mentre la scienza elabora osservazioni e scenari indispensabili per il benessere e il futuro di tutti, la politica, l’opinione pubblica e l’informazione guardano altrove. Con danni notevolissimi.

Danni non solo economici, anche danni irreparabili alla vita delle persone. Non dimentichiamo che molti di questi eventi purtroppo generano vittime. Quelle dell’alluvione sono state “soltanto” una quindicina, grazie alle previsioni meteorologiche, ma potevano essere dieci volte tanto. E ogni ondata di calore si porta via soltanto in Italia almeno 10.000 persone; lo sappiamo da quelle precedenti, in particolare l’estate del 2022, le cui statistiche sono uscite qualche mese fa, ha generato 61.000 vittime di colpo di calore in Europa di cui 18.000 in Italia. Il bilancio del 2023 lo avremo fra qualche mese quando saranno fatti tutti i conteggi statistici, ma se tanto mi da tanto mi aspetto tra le 10 e le 15.000 vittime.

Poi ci sono i danni di quelli che invece hanno subito perdite materiali molto invasive, per esempio le grandinate terribili che ci sono state in Friuli hanno portato molte famiglie ad avere la casa letteralmente distrutta, con costi di riparazione tra tetti e automobili di parecchie decine di migliaia di euro. È sempre anche una ferita psicologica profonda vedere violata la propria integrità, per esempio perché ti è entrata l’acqua in casa e ti ha distrutto tutto: mobili, libri, ricordi. E per chi fa mestieri esposti alle intemperie, pensa a tutto il comparto agricolo, non è bello vedersi distruggere il frutto del lavoro di un anno anche se sei assicurato. C’è un complesso di perdite di ogni genere, dall’economico all’effettivo, che un evento estremo genera sulla popolazione. Se tutte queste cose se capitano una volta ogni 100 anni sono tollerabili, è sempre successo, ti riprendi, grazie alla solidarietà delle persone ricostruisci, diventa un brutto ricordo. Ma quando queste batoste le hai una volta all’anno non ti riprendi più. Ho visto cronache di aziende agricole che sono state allagate dall’alluvione in Romagna e distrutte dalle grandinate successive, è difficile rialzare la testa quando appena la rialzi arriva un’altra bastonata.

Il settore dell’agricoltura, così esposto sul fronte climatico, dovrebbe essere fra i più consapevoli, mentre è profondamente conservatore. Parlando di danni e di costi, cioè di salute sistemica, c’è chi intraprende azioni individuali per limitarli. La baita a 1600 metri di altitudine che hai ristrutturato e dove abiti gran parte dell’anno ne è un esempio. Ma il tema non è privato, è politico.

Dobbiamo distinguere le due grandi strategie per far fronte al riscaldamento globale. Una è la mitigazione e l’altra è l’adattamento. Mitigazione vuol dire ridurre la causa del riscaldamento globale, cioè le emissioni di gas serra, in tutto il mondo. È una strategia che deve essere condotta da tutti i paesi del mondo, nessuno si salva da solo, e che è l’oggetto principale di quei grandi accordi internazionali come l’accordo di Parigi, che propongono di raggiungere emissioni zero al 2050 facendolo con una concertazione tra i 195 governi del mondo. C’è chi inquina di più, c’è chi inquina di meno, chi ha diritto di emettere ancora un po’ e chi invece deve ridurre, ci sono tante sfaccettature dovute anche all’eredità storica delle emissioni, perché non dimentichiamo che la CO2 non è che viene assorbita dal dagli oceani e dall’atmosfera in pochi mesi e poi sparisce, purtroppo rimane in atmosfera per secoli e per millenni. Il caldo che noi abbiamo oggi è ancora il frutto del carbone bruciato nella Londra di Charles Dickens e quindi c’è una responsabilità sia attuale ma anche storica. L’Europa ha poca responsabilità attuale perché siamo pochi stati piccoli che contano ormai poco sullo scacchiere demografico internazionale, però abbiamo cominciato per primi, con la rivoluzione industriale in Gran Bretagna, a emettere il frutto della combustione del carbone; la Cina ha una grande responsabilità attuale ma non ce l’ha storica, perché 200 anni fa la Cina non bruciava il carbone e non aveva lo sviluppo industriale ed economico tumultuoso che ha conosciuto invece negli ultimi trent’anni.

Accennavi agli accordi di Parigi, ma il famoso limite di un grado e mezzo di aumento termico rispetto al periodo preindustriale non pare sia stato rispettato, anzi slitta di continuo.

Slittano in continuazione quelle soglie di sicurezza che dovrebbero garantire soprattutto alle generazioni più giovani di vivere in un mondo accettabile. I 2° di aumento da qui alla fine del secolo vengono considerati una soglia da non superare, oltre alla quale i danni e i rischi per le generazioni future diventano irreversibili. Purtroppo il grado e mezzo concordato a Parigi lo stiamo raggiungendo, siamo già a 1,25 ° di aumento termico e manca soltanto uno 0,25° che probabilmente nel giro di poco raggiungeremo. 

Veniamo così alla seconda strategia. Se la temperatura continua a salire e non ci sono grandi segnali di disintossicazione dell’atmosfera, bisogna cominciare a lavorare sui sintomi, con l’adattamento. Ma l’adattamento ha due difetti. Primo, è una sconfitta: ci si deve adattare quando non si riesce a eradicare il problema alla sorgente. Secondo, costa sempre sacrificio, di tipo economico nel caso migliore ma spesso anche un sacrificio più profondo nelle vite delle persone. Per esempio se io devo scappare da una zona perché aumenta il livello del mare mi sono adattato, ma ho abbandonato i miei luoghi; questo sta capitando in modo drammatico per un atollo corallino dove è un intero Stato sovrano che deve andarsene, ma può capitare benissimo anche nelle nostre terre del Delta del Po, nel Rodigino, nel Ravennate. Dopo quello che è successo, chi non rimane e non investe più in questo territorio ha ragione. Aumentano temperatura, livello del mare, alluvioni, e aumentano continuamente i rischi e dove forse fra cent’anni hai il mare che ti entra in salotto.

C’è sempre un costo da pagare per l’adattamento, quindi io che ritengo che la mitigazione sia ancora importante quantomeno per tenerci più in basso possibile sull’aumento di temperatura. Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu, ha detto che ogni frazione di grado conta. Più la febbre sale più comunque i sintomi saranno gravi, se a 1,5° probabilmente non ce la facciamo e se continuiamo così non ce la facciamo neanche con 2°, in ogni caso qualsiasi strategia volta a diminuire le emissioni anche se tardiva è necessaria. Teniamo sempre di investire sulla mitigazione però nel frattempo purtroppo dovremmo sempre più occuparci anche di adattamento.

 

La politica però ha tempi brevi, cerca il consenso nell’immediato, nel giro di un tweet.

Non è sempre vero, ce l’ha lunghissimo quando gli conviene, per esempio con il progetto del ponte sullo stretto che costerà miliardi per molte decine di anni. Chissà come mai su certe opere dove i soldi corrono a miliardi lo sguardo diventa lunghissimo e invece su altre strategie importanti per la qualità della vita delle persone e delle generazioni future, che però non portano un interesse immediato, allora improvvisamente lo sguardo si fa corto. Da questo punto di vista c’è il tema proprio del consenso: se le persone non sentono la minaccia climatica come un problema importante e urgente, è ovvio che la politica corre via a gambe levate da questo tema perché non gli procurerà consenso. È ciò che sta succedendo in quasi tutti i paesi del mondo, lo vediamo dal fatto che esistono dei partiti verdi o ambientalisti ma sono sempre marginali. Il tema ambientale è proprio antropologicamente rimosso, è qualcosa che alle persone non piace, pochissimi fanno un investimento profondo sulle loro vite pensando a quello che potrebbe essere il danno climatico e ambientale e questo fa sì che non ci sia una politica che cavalchi questo tema. Anzi oggi si cavalca il contrario, si cerca di demonizzare la scienza dell’ambiente. Ribadisco: scienza, non ambientalismo. non ideologia. La scienza dell’ambiente ti renderà la vita più difficile, dovrai pagare più tasse, dovrai fare delle rinunce, quindi è meglio il contrario, è meglio dire non c’è un problema ambientale e avanti tutta. Meglio saccheggiare la natura e avere tutto subito che occuparsi del futuro, nel futuro qualcun altro risolverà il problema o se non lo risolverà saranno affaracci suoi. 

Tema rimosso anche linguisticamente. Da un lato c’è l’allarmismo, dall’altro la saturazione. Green, sostenibilità, sono parole abusate e svuotate. Ripeto: come si fa a rendere interessante e centrale un tema dal quale dipende il futuro di tutti?

Bisogna convincersi che ci sono cose che non possono essere attraenti, sexy. 

Qualcosa di positivo ci sarà nella transizione ecologica ed energetica che abbiamo davanti, però sarà comunque una sfida gigantesca. Gli svantaggi e lo sforzo da fare saranno superiori ai benefici immediati, in nome del beneficio superiore della vivibilità del pianeta per le generazioni future. Se ti ammali e devi fare una cura non c’è niente di sexy, fa tutto schifo, la terapia fa schifo, però cerchi di farlo perché sai che la posta in gioco è grande. Vale anche per la questione climatica: perché dover cercare a tutti i costi di indorare una caramella che non è una caramella, è una schifezza ma la devi mandare giù per guarire.

Il paragone con la salute personale mi sembra perfetto, tranne che abbiamo imparato a non dire più “la brutta malattia” invece di cancro, mentre invece come dicevamo “tutte le estati sono calde” continuiamo a dirlo. Spostiamo il problema più in là.

È qualcosa di spostato dalla tua immediata percezione, però sta cominciando a entrare nelle nostre case: il fango in Romagna, la siccità, la grandine, la tempesta che devasta Milano, ancora fortunatamente a macchia di leopardo ma in tanti stanno cominciando a fare esperienza di questa patologia. Non c’è nessuno che sappia qual è il linguaggio giusto, neanche gli psicologi, in questo momento dopo lo stiamo cercando di individuare ma nessuno lo ha trovato finora. La cosa importante che sappiamo è che si può sconfiggere l’eco-ansia con l’eco-azione. Non voglio affatto sminuire la diagnosi, che è terribile, ma siccome la cura c’è è bene sapere che è possibile non essere sopraffatti dall’ansia e uscirne con l’azione, individuale e collettiva.

Malattia, cura. Le parole per dirlo forse sono proprio queste.

È come se a un medico che fa una buona diagnosi e propone una cura, la persona dice: va là sono tutte balle, io sto benissimo e la cura non la faccio la faccio perché è fastidiosa, perché la medicina è amara, perché voglio godermi la vita da oggi e domani chi se ne frega.

Sono purtroppo più di trent’anni che io lavoro in questo settore ma ci sono molti miei colleghi che sono stati i miei maestri e lo facevano già nei trent’anni precedenti. È dagli anni Sessanta o Settanta che i dati scientifici sono pienamente maturi e permettono una strategia globale per evitare il collasso ecosistemico. Invece niente da fare, non sembra che questo messaggio piaccia. Neanche quando lo portano avanti leader di enorme autorevolezza. Penso a Papa Francesco con l’enciclica Laudato sì , praticamente ignorata anche se arriva da un pontefice che tra l’altro ha fatto un passo estremamente innovativo parlando di scienza. Penso agli appelli del segretario generale delle Nazioni unite Guterres, che si è sgolato in tutti i modi. Direi che c’è proprio un bias psicologico dell’umanità che messa di fronte a un grande rischio futuro preferisce ignorarlo invece che assumersi delle responsabilità. Questo però costerà caro perché non c’è una seconda possibilità. Anche queste parole, “non c’è una seconda possibilità, le abbiamo dette noi ricercatori ma anche il presidente Mattarella quando dal Kenya ha detto che è pernicioso mettere davanti l’economia all’ambiente perché non ci sarà una seconda possibilità. Non tutto si aggiusta, se rompi il pianeta non lo aggiusti più o soltanto in tempi lunghissimi, in tempi geologici. Che non riguarderanno più l’umanità.

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