BASTA SENSO DI ECO-COLPA

Le scelte quotidiane di ciascuno di noi sono importanti per arginare il cambiamento climatico – ma non per le ragioni che credete. Siamo abituati a usare l’impronta ecologica per misurare virtù e inadempienze personali. E se invece diventasse uno strumento di azione collettiva?

Sami Grover

Quanta attenzione deve fare ciascuno di noi alla propria impronta ecologica? Questa domanda è da tempo al centro di un acceso dibattito, fra coloro che si occupano di clima.

Da un lato quelli come Rebecca Solnit, che in un recente editoriale per The Guardian ha sostenuto che l’impronta ecologica è stata inventata da Big Oil, cioè dalle multinazionali degli idrocarburi, nel tentativo di “incolpare noi della loro avidità”. Il loro scopo? Appellarsi ai comportamenti individuali, di efficacia limitata, per distrarre il pubblico dal pretendere interventi a livello sistemico (come nuove tasse o eliminazione graduale dei motori a scoppio) che potrebbero invece ridurre davvero la dipendenza delle nostre società dai combustibili fossili.

Sul fronte opposto, quelli come il ricercatore polacco Michał Czepkiewicz, secondo cui il concetto di impronta ecologica è stato usato (non inventato) da Big Oil , ma rimane uno strumento validissimo per evidenziare l’enorme differenza fra stili di vita a bassa o ad alta impronta ecologica. Secondo un recente rapporto di Oxfam, l’organizzazione che combatte la povertà, fra il 1990 e il 2015 il 10% più ricco della popolazione mondiale (inclusi tutti o quasi i lettori di questo articolo) ha provocato oltre il 50% delle emissioni globali.

La verità, come spesso accade, è che posizioni diverse possono essere entrambe altrettanto vere e fondate.

Troppo a lungo il dibattito sul cambiamento climatico si è concentrato sul livello individuale, e troppo spesso queste discussioni hanno distolto l’attenzione dal chiamare a giudizio i potenti. Provate a dire qualcosa sulla necessità di ridurre le emissioni di CO2 o l’uso dei carburanti fossili: vi domanderanno subito come siete andati al lavoro stamattina, o da dove proviene l’energia elettrica che alimenta il vostro computer. E se avete appena cominciato un percorso di consapevolezza ecologica, è altamente probabile che vi abbiano parlato più di alimentazione o cannucce di plastica che di attivismo, rappresentanza o organizzazione. In altre parole, vi avranno detto come contribuire meno a creare il problema, non come contribuire di più a risolverlo.

Monopattino, mobilità sostenibile - Aboca

Le scelte quotidiane contano, eccome se contano. Ma per ragioni completamente diverse da quelle che vi hanno fatto credere. Possiamo andare in ufficio in bicicletta o ridurre la carne, non prendere l’aereo o scegliere fornitori di energia verde: l’importante è considerare le nostre scelte di vita quotidiana come tasselli di una mobilitazione collettiva strategica. Come parte di una strumentazione tattica più ampia, che includa protesta e proposta organizzata. In quest’ottica, possiamo costruire un movimento diverso, nella consapevolezza che pochi possono fare tutto, ma tutti possono fare qualcosa. Insieme, possiamo fare grandi passi avanti: sapendo che ciascuno opera, con tutte le imperfezioni del caso, per raggiungere lo stesso obiettivo condiviso.

Questo metodo ha già funzionato in passato. Nel suo In the City of Bikes, Pete Jordan spiega che le strade di Amsterdam erano soffocate dalle automobili, fino a quando i cittadini non decisero – nelle urne e nelle vie urbane – di sovvertire l’anima della città: oggi le strade appartengono alle biciclette. I singoli ciclisti sono stati essenziali per vincere questa battaglia, ma lo è stata altrettanto una vasta coalizione di abitanti, che includeva paladini della sicurezza stradale e del patrimonio storico, aziende interessate, e semplici famiglie stufe del traffico.

Allo stesso modo nel 2018, quando gli scioperi per il clima lanciati dalla svedese Greta Thunberg e da altri giovani attivisti hanno scatenato il dibattito sulla “vergogna di volare in aeroplano”, i viaggiatori hanno scelto altre opzioni. Fra il 2018 e il 2019 i voli domestici sono diminuiti del 9 per cento in Svezia e del 12 per cento in Germania. Questo cambiamento nei comportamenti dei consumatori – animato dal dibattito fra favorevoli e contrari ai viaggi in aereo, e acuito dai catastrofici effetti della pandemia sul settore  – è stato ben presto seguito da cambiamenti strutturali. L’operatore ferroviario svedese Snälltåget ha annunciato un nuovo servizio notturno fra Stoccolma e Berlino, in Francia hanno discusso l’abolizione dei voli brevi, e in Norvegia le autorità dell’aviazione civile hanno annunciato che tutti i voli domestici saranno ad alimentazione elettrica entro il 2040. In altre parole, le scelte individuali di migliaia di viaggiatori hanno provocato una discussione più ampia nella società, e ora stiamo cominciando a vedere cambiamenti a livello sistemico che renderanno più facile per tutti viaggiare con minori emissioni.

L’impronta ecologica può aiutarci a focalizzare i nostri sforzi. Il suo principale valore, comunque, non risiede nel sottolineare le inadempienze di ciascuno. Serve, invece, a misurare quali azioni individuali riescano davvero a ridurre le emissioni, e a individuare quali siano gli interventi più urgenti a livello di policy.

È questa l’intuizione che sta dietro a Flying Less, “volare meno”, la petizione e la campagna lanciata da Joseph Nevins, professore al Vassar College, e da Parke Wilde, docente della Tufts University, per chiedere a istituzioni, finanziatori e singoli scienziati di ridurre la necessità di volare per gli accademici. Alcuni appoggiano l’iniziativa decidendo su base volontaria di rinunciare ai viaggi aerei, ma la campagna accoglie il sostegno di tutti, anche di quelli che non viaggiano per il mondo in aeroplano. Come spiega bene il sito, lo scopo ultimo non ha nulla a che fare con la virtù personale: “Vogliamo provocare cambiamenti istituzionali nella società civile (in particolare nell’Accademia) come parte di una coerente teoria del cambiamento sociale, contribuendo a trasformare i maggiori settori economici che hanno grande influenza sui decisori politici. Non ci occupiamo della purezza individuale di chi non vola”.
E quindi, rinunciate pure al prossimo hamburger o al volo low cost per Cancún. Ma soprattutto domandatevi come potete accrescere l’impatto di quello che fate. Ci sono campagne o gruppi ai quali potete aderire? Perché non parlate ad amici e parenti dei cambiamenti che state provocando? Riuscite a influire sulle politiche e le pratiche in ufficio o a scuola? Quali sono secondo voi gli ostacoli all’azione degli altri?

Così facendo, ricordate di dare tregua a voi stessi e agli altri. Non conta il percorso individuale per azzerare la propria impronta ecologica, ma la missione collettiva per cambiare l’unica impronta davvero importante: quella della società nel suo complesso.

Sami Grover, americano, scrive di ambiente su blog e riviste. Sui temi discussi in questo articolo, ha pubblicato We’re All Climate Hypocrites Now: How Embracing Our Limitations Can Unlock the Power of a Movement.

Questo articolo è uscito in inglese su Undark Magazine, che ringraziamo. 

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