LA STRAORDINARIA STORIA DELLE DONNE MEDICO

Sono sempre esistite, quasi sempre però escluse dalla medicina ufficiale. Se non addirittura perseguitate: sono migliaia le guaritrici bruciate sul rogo per stregoneria.

Nei secoli le donne medico – infermiere, chirurghe, farmaciste, erboriste, levatrici – hanno praticato la professione fra difficoltà di ogni genere. Finché in epoca vittoriana tre ragazze non sono finalmente riuscite a rivoluzionare la storia della medicina. Trionfando su ogni pregiudizio.

Dopo il libro di Erika Maderna, ecco il saggio appassionante di Olivia Campbell.

donne medico

Quando Elizabeth Blackwell decise di diventare la prima donna medico della storia, per molti versi non fu davvero la prima. Le donne hanno fornito assistenza medica per secoli, in ogni parte del mondo, come erboriste, sacerdotesse, sciamane, farmaciste, guaritrici, maghe, indovine, chirurghe, infermiere e levatrici  (l’ostetricia, di per sé, non veniva considerata medicina). Eppure, questa storia così ricca in gran parte non viene considerata e sono pochi i nomi sopravvissuti al passare del tempo.

Una delle prime donne medico il cui nome è attestato nei documenti storici è Agnodice. La leggenda narra che Agnodice cominciò a praticare la medicina nel IV secolo avanti Cristo per salvare le abitanti di Atene da malattie curabili che spesso trascuravano fino a morirne soltanto perché non volevano farsi visitare da medici maschi. Poiché la professione medica era preclusa alle donne, Agnodice cominciò a praticare travestita da uomo. Per rivelare alle sue pazienti chi fosse davvero, sollevava le vesti e mostrava il sesso. Ben presto gli altri medici della città lo scoprirono e, per invidia, la fecero condannare per aver esercitato illegalmente. In una drammatica resa dei conti finale, le abitanti di Atene accorsero in tribunale per difenderla, facendo sì che il divieto contro le donne medico fosse abolito.

Questo resoconto ha un unico problema: nell’antica Grecia, nessuna legge proibiva alle donne di esercitare la professione medica. Questa incongruenza, insieme ad altri particolari fantasiosi del racconto, è stata sufficiente per convincere alcuni studiosi che Agnodice non sia mai esistita. Altri sostengono invece che Agnodice era una persona reale che fu davvero perseguitata pur non avendo infranto alcuna legge ufficiale.

È questo il modo in cui ancora oggi ci vengono presentate le donne medico della storia: attraverso biografie disseminate di dubbi, riserve, precisazioni. Vite esaminate al microscopio da stuoli di studiosi in cerca di una qualsiasi traccia di errore o mistificazione da brandire con gioia come prova del fatto che questa o quella donna non fosse ciò che credevamo. Non capita spesso di sentir parlare del contributo apportato dalla genialità femminile alla storia della medicina, e quando accade ci insegnano a mettere in dubbio il fondamento di tali affermazioni. Raramente gli uomini godono di una simile, scrupolosa attenzione.

Il numero relativamente esiguo di donne attestate come medici professionisti nei documenti storici non dipende dal fatto che non esistessero, ma piuttosto dal fatto che molte delle attività a cui si dedicavano, come quella di guaritrice o di ostetrica, non fossero censite. Per molti secoli, l’intero nucleo famigliare di un uomo era coinvolto nel suo lavoro: mogli e figli di dottori e farmacisti aiutavano a preparare medicinali, visitare i malati e somministrare trattamenti; la famiglia di
un cerusico lo assisteva mentre estraeva denti e ricomponeva ossa fratturate. Spettava poi alle vedove portare avanti queste attività di famiglia.

In molte regioni dell’Europa, a ereditare il ruolo del guaritore del villaggio erano donne e uomini “saggi”; alle donne, in particolare, era riservato il compito di accudire i familiari malati o moribondi e di prendersi cura dei vicini infermi che non avevano nessun parente che si occupasse di loro. Nel Cinquecento, re Enrico VIII concedeva licenze mediche occasionali “ad alcune donne affinché curassero i poveri che non potevano permettersi di pagare la parcella di medici regolari”. Nella Francia medievale circa un centinaio di donne erano riconosciute come medici (a fronte di settemila uomini). Ben presto le suore divennero le principali praticanti delle arti curative e i conventi una sorta di proto-ospedali. Le suore badavano agli orti di erbe medicinali, bendavano le ferite di battaglia dei soldati e curavano gli abitanti del villaggio.

Quando nel XIII secolo la medicina cominciò ad attestarsi come una vera e propria professione – per praticarla erano richieste una formazione universitaria e l’abilitazione – entrò in gioco il controllo patriarcale. Le donne non potevano diventare dottori “ufficiali” perché non erano ammesse all’università. Fuori dall’Inghilterra e dalla Francia, alcune istituzioni erano più permissive: nel 1390, Dorotea Bucca succedette al padre occupando la cattedra di medicina all’Università di Bologna, carica che mantenne per più di quarant’anni. Tuttavia, queste figure erano l’eccezione, non la regola.

Il processo di professionalizzazione della medicina tagliò fuori ancor di più le donne perché la formazione scolastica cominciò a essere considerata superiore alle conoscenze tramandate oralmente sulle quali poggiava gran parte della medicina popolare praticata dalle donne.

Prima ancora che dagli storici, le competenze delle donne furono messe fin da subito in dubbio dai medici maschi dell’epoca, che finalmente potevano qualificarsi come “medici di professione”. Le guaritrici “profane” venivano accusate di essere pericolosamente incompetenti perché mancava loro una formazione classica (che non avrebbero potuto ottenere neppure volendo). Nel 1421, i medici inglesi presentarono una petizione al Parlamento e a re Enrico V affinché nessuna donna praticasse la medicina “sotto pena di lunga reclusione” e multe esorbitanti, definendo coloro che ci avessero provato “femmine indegne e presuntuose che usurpano la professione”. Le donne dichiarate colpevoli di praticare illegalmente la professione venivano scomunicate e multate. Quando la Chiesa si intromise, la situazione peggiorò ulteriormente, rivelandosi per molte fatale.

La Chiesa controllava gran parte delle scuole mediche universitarie e voleva che queste si assicurassero anche il monopolio della professione. In Europa, tra il 1400 e il 1700, la Chiesa cattolica e la Chiesa luterana misero in atto una massiccia campagna per sbarazzarsi delle guaritrici, bollandole come streghe e fattucchiere, anche se si trattava di suore! Secondo la loro dottrina, un infermo poteva essere guarito soltanto grazie a Dio e, poiché non era Sua volontà che le donne esercitassero tale potere, la loro capacità di curare le persone malate doveva per forza originare dal demonio. Mentre la Chiesa dichiarava di combattere la magia nera – e non la medicina o le donne – più di centomila guaritrici furono bruciate sul rogo.

Il retaggio di questa discriminazione contro le guaritrici gettò una lunga ombra sulla professione medica. Anche quando le donne riuscivano in qualche modo a ottenere le qualifiche professionali necessarie, erano comunque relegate a specialità considerate “femminili”: potevano occuparsi di salute, ma solo come infermiere o levatrici.

In epoca vittoriana, per donne come Elizabeth Blackwell, Lizzie Garrett e Sophia Jex-Blake chiedere di entrare a far parte di un mondo maschile come quello della medicina era una rivendicazione radicale per essere finalmente considerate alla pari. Per questa ragione non potevano limitarsi a studiare, dovevano anche lottare per i diritti delle donne. Se volevano entrare a pieno titolo nel regno della medicina, avrebbero dovuto combattere una battaglia senza esclusione di colpi.

I percorsi che queste tre donne intrapresero per ottenere una laurea in medicina furono molto diversi: ciascuna era mossa da motivazioni differenti. Una di loro cercò di conseguire la laurea in Scozia con risultati disastrosi. Un’altra fu costretta a trasferirsi in Francia per studiare. Un’altra ancora fece richiesta di ammissione all’università e la sua candidatura fu presa per uno scherzo. Tutte si cimentarono con la ridefinizione del lavoro delle donne e della loro missione, come sorelle, mogli, madri, figlie, madri adottive, genitori single, partner omosessuali.

Fin dall’inizio del loro percorso di studi, tutte avevano compreso il proprio ruolo di pioniera, di apripista per le altre donne. Sapevano che le loro azioni avrebbero permesso alle generazioni future di forgiare il proprio cammino e di ridefinire il concetto di lavoro femminile. Non avrebbero mai smesso di lottare, perché sapevano che le donne medico avrebbero rivoluzionato la medicina a beneficio non soltanto delle pazienti del loro stesso sesso, ma di tutti. Queste donne medico avrebbero fatto la storia.

 

Olivia Campbell  è una giornalista che si è occupata a lungo delle tematiche riguardanti le donne e la medicina. Suoi articoli sono apparsi su “Guardian”, “Washington Post”, “New York Magazine”. Le ragazze in camice bianco è il suo primo libro, un bestseller internazionale amatissimo negli Stati Uniti, selezionato da “Forbes” tra i dodici saggi del 2021 da non perdere e rimasto per diverse settimane nella top 15 dei libri più venduti di saggistica.

 

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